Parla il generale
Missili iraniani sull’Italia? Camporini frena gli allarmismi, ma avverte sul rischio terrorismo: “Guardia alta”
Teheran non può colpire direttamente il nostro Paese, ma potrebbe affidarsi a cellule dormienti, droni e reti proxy contro le basi americane
La minaccia iraniana va presa sul serio, ma senza trasformarla nello spettro di missili in arrivo sull’Italia. A tracciare il confine tra vigilanza e allarmismo è il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica. «L’Iran non ha oggi le potenzialità per colpire direttamente dal suo territorio le basi Usa in Europa. E nemmeno l’Europa», ha spiegato al Corriere della Sera. La capacità balistica necessaria, precisa, «non esiste, almeno per il momento».
Con l’arsenale attualmente disponibile, secondo Camporini, Teheran potrebbe raggiungere «fino a metà della Grecia, al massimo, nella peggiore delle ipotesi». Un attacco missilistico contro Sigonella, Aviano o le installazioni americane di Napoli, non rappresenta dunque lo scenario più realistico. Ciò non significa abbassare la guardia: significa individuare correttamente il pericolo.
Il piano iraniano evocato dal Financial Times
Il chiarimento arriva dopo il retroscena del Financial Times, secondo cui il regime iraniano avrebbe esaminato la possibilità di colpire obiettivi militari statunitensi nell’Europa sudorientale qualora il presidente americano Donald Trump decidesse di intensificare la guerra.
Le ipotesi riguarderebbero soprattutto la base bulgara di Bezmer, utilizzata il mese scorso dagli aerei cisterna americani, e Cipro, dove a marzo un drone ha raggiunto la base britannica di Akrotiri. Tra i dossier studiati dalle forze iraniane figurerebbe anche un sabotaggio dei cavi sottomarini in fibra ottica nello Stretto di Hormuz.
Sidharth Kaushal, ricercatore del Royal United Services Institute sentito dal Fn, definisce quella missilistica una minaccia «reale, ma limitata». Gli Shahab potrebbero teoricamente raggiungere alcune aree dell’Europa meridionale, ma perderebbero precisione sulle distanze maggiori. Per estenderne la gittata sarebbe inoltre necessario alleggerire le testate, riducendo la capacità distruttiva. I tentativi iraniani contro la Diego Garcia, base militare congiunta statunitense e britannica nell’Oceano Indiano a circa quattromila chilometri, hanno dimostrato ambizione, ma nessun ordigno ha raggiunto l’obiettivo.
Il rischio più concreto è asimmetrico
È qui che l’analisi di Camporini cambia piano. Teheran potrebbe ricorrere «ad azioni terroristiche, visti i suoi rapporti con i proxy diffusi in Occidente». Una cellula già presente sul territorio europeo, un drone commerciale modificato o un’incursione informatica, richiedono capacità assai inferiori rispetto a un attacco partito dall’Iran.
Il generale propone un esempio concreto: «Qualcuno che voglia lanciare uno di questi oggetti contro un complesso come quello di Sigonella e che già si trova nelle vicinanze della base». Non sarebbe guerra missilistica, ma un problema di intelligence e antiterrorismo. Un campo nel quale, ricorda Camporini, l’Italia «ha dimostrato di essere uno dei Paesi migliori sul fronte della prevenzione».
La prudenza non è teorica. Una settimana fa un piccolo quadricottero è penetrato nell’area residenziale americana di Gricignano d’Aversa, vicino a Napoli. Non trasportava esplosivo, ma ha fatto scattare l’allarme nel presidio della Us Navy, e costretto il personale di Capodichino a raggiungere i rifugi. Procura e carabinieri stanno ancora cercando di ricostruire origine e finalità del volo.
Le difese italiane restano operative
Il ministro Guido Crosetto ha innalzato il livello di attenzione del Comando operativo di vertice interforze, pur definendo a sua volta «irrealistico» un attacco diretto. Dal centro di Poggio Renatico radar e sensori sorvegliano lo spazio aereo senza interruzioni. Gli Eurofighter sono pronti al decollo da Grosseto, Gioia del Colle e Trapani-Birgi; l’Esercito dispone dei sistemi Samp-T, e di strumenti anti-drone come DroneDome, Ad3S e Acus Enhanced.
Roma, peraltro, ha negato l’impiego degli aeroporti italiani per missioni offensive contro l’Iran. Sigonella continua però a sostenere le attività di ricognizione sullo Stretto di Hormuz, mentre reparti e velivoli statunitensi normalmente basati in Italia sono stati riposizionati nello scacchiere mediorientale.
Il punto, dunque, non è immaginare Teheran pronta a bombardare l’Italia. È impedire che la pressione iraniana percorra strade meno visibili: milizie alleate, cellule dormienti, droni, hacker e sabotatori. Camporini pertanto invita l’Europa a rafforzare i propri sistemi di difesa. E l’Italia a mantenere alta l’attenzione. Senza panico, ma anche senza la leggerezza di chi confonde l’assenza di guerra, con l’assenza di una minaccia.