Come sfruttare un lutto
Meloni citava Guccini, la sinistra gli scaglia contro il cadavere. Cosa scrivono Ranucci, “Repubblica”, “Il Fatto”…
Politica - di Luca Maurelli - 6 Agosto 2026 alle 16:52
E’ il 28 marzo del 2004: una giovanissima, 27enne Giorgia Meloni, dal palco del congresso nazionale di Azione giovani, a Viterbo, cita (parafrasando la prima strofa con l’ultima) il Cyrano di Francesco Guccini, la sua canzone preferita. E conclude l’invettiva contro i politici corrotti e opportunisti, con la frase finale di quel pezzo firmato dal Maestro scomparso oggi, il profeta della sinistra ma anche il riferimento della destra che alla moralità della sinistra non invidiava nulla, neanche i cantori. Semmai li ascoltava e li citava, senza complessi di inferiorità. L’ultima frase, dunque: ascoltatela nel video sotto. “E al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco“.
Meloni cita il Cyrano di Guccini
Alla festa dell’Unità, tra tortellini, avvelenate e locomitive, mai si era sentita una citazione così poco conformista e non banale, poco adatta ai plebisciti, ai bagni di folla, ai vuoti a perdere mentali dei militanti sotto il palco, ma molto in sintonia con le ribellioni giovanili: una ribellione pacifica come quella che annunciava, quel 28 marzo, una serissima e guccinianissima Meloni, che da lì a qualche anno avrebbe invitato il Maestro alle feste giovanili della destra, ottenendone prima rifiuti e poi anche rozze ironie, per la gioia dei compagni. Quelli che oggi “escono” sui social le foto con Guccini, quelli che oggi lo utilizzano per attaccare, guarda un po’, quella ex ragazzina che oggi guida il Paese, trasformando il lutto di un Paese, senza barriere politiche, in un comizione postumo contro l’Italia di oggi sottratta agli “avvelenati” e dunque poco nobile.
Il cantante morto da scagliare contro la destra
Ma Guccini non si tira per la giacca, neanche a cadavere caldo. Come qualcuno oggi molto esposto, Sigfrido Ranucci, ha trovato tempo e modo di fare, riuscendo nell’impresa di scrivere di se stesso e del “suo” Report utilizzando una presunta mostrificazione della società attuale fatta da Guccini in passato. “E’ morto Francesco Guccini uno degli ultimi poeti e cantori della società civile e dei diritti dell’ uomo. Il mostruoso che stiamo vivendo ha sempre più spazi liberi. Noi a Report continueremo a batterci per la difesa dei diritti costituzionali. Vi andrebbe di contribuire a cambiare il mondo per consegnarlo migliore alle future generazioni insieme a noi?”. Mah. Maledetto ombelico.
Sui social, poi, sono in tanti a utilizzare delle interviste di Guccini, che legittimamente parlava male della destra e della Meloni, per commentarne la morte. Repubblica, per esempio, mette in campo l’amico Prodi per ricordare il profilo antifascista di Guccini, poi pubblica l’intervista nella quale il Maestro sosteneva che la Meloni fomentasse la violenza, pur ammettendo che la destra, per certi aspetti, era stata ispirata anche da lui. Non c’è contraddizione in questo? Per Il Fatto di Marco Travaglio, invece, Guccini è da ricordare soprattutto perché aveva elaborato un testo nel quale parlava dei “fasci della Meloni” e invocava una fine tipo 25 Aprile. Piazzale Loreto? Lei, chissà perché, se l’era presa. “Mi infamò”, è il titolo di oggi con cui Il Fatto sintetizza una vicenda leggermente più complessa, di odio-amore, forse, ma non di offese e infamità. Peraltro, Guccini odiava più della destra i grillini, come disse in varie interviste. Ma non c’è traccia di questo sul quotidiano di Travaglio. La pagina Fb “Tutti contro la Meloni” celebra Guccini, non a caso, forse, e non è l’unica. I compagni che smanettono sono scatenati contro la destra odiata dal Guccini morto. Qualcuno grida alla censura di tele-Meloni perché il Tg1 non ha aperto sulla morte del cantante. Da piangere, ma qui il lutto non c’entra.
E l’artista che non era mai stato comunista?
Sfogliando giornali, media e social, però, non c’è nessuno che abbia fatto un pezzo, o anche un vago riferimento, su quella frase che Guccini pronunciò, in tempoi non sospetti, gettando nel opanuco le truppe cammellate di sinistra. “Non sono mai stato comunista“. Non la troverete su “Repubblica“, sul “Fatto” e neanche sul “Manifesto“, solo qui. Conservate questo articolo come un Gronchi rosa.