Aveva 86 anni
Addio a Francesco Guccini, il poeta cantautore che ha cambiato la musica italiana da “Dio è morto” a “Cirano”
Iconico e ironico, geniale, è entrato nella letteratura. I suoi testi sono ancora un pilastro
Cronaca - di Mario Campanella - 6 Agosto 2026 alle 11:56
Stavolta non è morto Dio, come uno dei suoi capolavori più straordinari: Francesco Guccini, se ne è andato a 86 anni. “Questa mattina, a Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni, Francesco Guccini. Nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata”. E’ quanto rende noto la famiglia del cantautore che, “nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia anticipatamente tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre“. Se ne va un pilastro della musica italiana, un poeta-cantautore.
Cirano, la canzone amata dalla destra
Il 1996 Guccini compone Cirano, dall’opera teatrale Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. Guccini utilizza la figura del guascone per dare vita a una potentissima invettiva contro il conformismo, l’arrivismo e la falsità della società moderna, contrapponendovi la purezza dell’amore e dell’idealismo. Guccini attacca duramente i poeti commerciali, i cantanti senza spessore artistico (“buffoni che campate di versi senza forza”) e i furbi che sfuggono alle proprie responsabilità. Il finale è gucciniano: davanti a Rossana, la donna amata, si depongono le armi. Una canzone diventata un cult anche per la destra, amata da Giorgia Meloni, che citava uno dei versi più belli: “Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato”.
Ad Auschwitz c’era la neve…..
I suoi capolavori sono diversi. Il 1966 scrive “Auschwitz”, facendola cantare ai Nomadi. Forse l’affresco musicale più bello e toccante sull’Olocausto. Ma anche una triste constatazione di come quel “male assoluto” continuasse nelle guerre e negli scontri fratricidi. “E adesso non nel vento”, recita il ritornello tragico, che simboleggia l’orrore delle camere a gas.
Dio è morto…
Un anno dopo, Guccini scrive la sua canzone più bella, sempre per i Nomadi: “Dio è morto”. Un testo straordinariamente mistico e religioso che la Radi democristiana e ossequiosa al potere censura. Radio Vaticana, invece, che ne capisce bene il senso morale, la manda puntualmente in onda. Un inno alla speranza di un Dio che è “risorto”.
Anche se il suo brano simbolico rimane, “La locomotiva”, un’epica ballata anarchica basata sulla storia vera del ferroviere Pietro Rigosi. Ha chiuso ogni suo concerto per oltre quarant’anni. E poi ancora, Sancho Panza, e tante ballate straordinarie che ne hanno fatto un poeta prima ancora che un cantautore. Anche il modo in cui se ne è andato, non volendo celebrazioni e retorica, conferma lo spessore di un artista anarchico e lontano da ogni seduzione narcisistica.
Mai stato comunista
Bolognese doc, tirato sempre per la giacca come cantante “ufficiale” del Pci, Francesco Guccini in realtà non era comunista. Lo confessò lui stesso in un’intervista in cui disse: “Ho sempre e solo votato Psi”. Guccini era il tipico avventore di osteria, un intellettuale raffinato e brillante, lontano dal business della musica. Se ne va un poeta. E come disse Moravia, “di poeti in un secolo ne nascono sempre pochi”. Ma in fondo, “Dio è risorto”.