Amnesia pentastellare
Ma come, Conte e Giggino non avevano abolito la povertà? A giudicare dal predicozzo di Giuseppi su “Repubblica” sembrerebbe di no…
Politica - di Priscilla Del Ninno - 21 Agosto 2026 alle 16:08
Ma come, il governo capitanato da Giuseppe Conte e a guida 5 stelle non aveva abolito la povertà? E il ministro dell’epoca, Giggino Di Maio, non si era per questo affacciato al balcone di Palazzo Chigi per solennizzare (e rivendicare) il mastodontico successo? E allora ci vuole un bel coraggio, o forse una strabiliante memoria a breve termine, per firmare sulle pagine di Repubblica una lettera-fiume con cui si pretende di salire in cattedra e spiegare al mondo come si combatte la disparità economica e la diseguaglianza sociale…
Eppure, ancora una volta oggi, Giuseppe Conte mostra di averne in quantità – di faccia tosta e e memoria a breve termine – vestendo per l’occasione i panni del profeta progressista, del maieuta della sinistra, del salvatore delle classi medie e dei sottopagati. Ma la storia, fortunatamente, non si cancella come l’inchiostro, anche se i quotidiani, come sosteneva Billy Wilder, il giorno dopo «servono soprattutto per incartare il pesce»…
Povertà e diseguaglianza sociale, da Giuseppe Conte un sermone tutto da ridere
E allora ci perdonerete se oggi, al pari di chissà quanti altri, leggiamo basiti le parole verate su Repubblica da Giuseppi che sentenzia: «Una forza progressista deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali». E ancora: «Abbiamo l’urgente necessità di affrontare le diseguaglianze economiche e sociali, misurandoci con soluzioni concrete…». Ma come, l’avvocato del popolo si è già dimenticato del suo passato? Proprio lui parla di sradicare la povertà? Ma se al governo c’era proprio lui, alla guida di ben due esecutivi, con il Movimento 5 Stelle come azionista di maggioranza relativa in Parlamento?
Giuseppe Conte, dal balcone di Palazzo Chigi al predicozzo progressista su Repubblica
La memoria – quella che dovrebbe funzionare quanto meno – corre dunque inevitabilmente a quel settembre del 2018. Ricordate? Luigi Di Maio, contornato dai ministri grillini, affacciato al balcone di Palazzo Chigi a urlare festante di aver «abolito la povertà» per decreto (una celebre frase ripresa da Sky TG24 e da altre testate nazionali). In quella circostanza difficile da dimenticare, vicepremier e ministri del Movimento 5 Stelle festeggiarono l’accordo sulla manovra economica del primo governo Conte. E l’approvazione della Nota di Aggiornamento del Def (Documento di Economia e Finanza) che introduceva il reddito di cittadinanza.
L’illusione era soprattutto concentrata lì: una misura assistenzialista che, anziché creare lavoro e ricchezza, ha drogato il mercato. Penalizzato le imprese. E trasformato il contrasto all’indigenza in un immane bancomat per furbetti, senza risolvere una sola criticità strutturale del Paese.
Ma i suoi governi non sono quelli del Rdc e del lockdown che ha messo in ginocchio imprese e lavoratori?
Così, non contento di quella fallimentare stagione, Conte oggi non solo non lascia (perdere), ma raddoppia: e ci fa la morale sul sostegno all’economia reale. Scrive infatti sempre a Repubblica, che la politica «deve offrire risposte specifiche alle diffuse inquietudini di sottopagati, operai, piccoli imprenditori, classi medie che vivono un orizzonte di vita senza più certezze».
Eppure, perdonateci anche questa annotazione, leggere che l’ex premier dei Dpcm annunciati a reti unificate durante la pandemia con effetti speciali mirati a stupire e stordire, parlare di piccoli imprenditori messi in ginocchio a partire dall’era Covid, fa quasi sorridere, se non ci fosse da piangere. E copiosamente… E una domanda – un’altra – sorge spontanea: chi c’era al governo quando si firmavano Dpcm a notte fonda, spalancando le porte a lockdown selvaggi che hanno condotto al fallimento migliaia di piccole e medie imprese, massacrato il commercio di vicinato, e distrutto il tessuto produttivo italiano?…
Povertà e diseguaglianze sociali, Giuseppe Conte fa il moralizzatore e si autoproclama risolutore
Ma tant’è: oggi l’ex premier si scopre paladino dell’equità fiscale, del diritto all’istruzione, persino un pacifista convinto che invoca il taglio delle spese militari. Ci viene a raccontare che «tocca a noi (progressisti del campo largo, o in esclusiva agli alfieri grillini dell’equità sociale?, ndr), tornare a far crescere l’Italia, contrastando la gerarchia di una società di diseguali». Insomma, piove sempre sul bagnato e, oltre al danno, ci tocca pure la beffa: dopo aver lasciato un’eredità fatta di bonus a pioggia, buchi di bilancio mostruosi come il Superbonus che ha aperto la strada a truffe milionarie e a voragini nelle casse dello Stato, e di una visione assistenzialista che ha colpevolizzato chi produce ricchezza, Giuseppe Conte pretende di darci lezioni di futuro.
E Totò direbbe: «Ma mi faccia il piacere…»
Pertanto, in conclusione, e per chiosare con un altra citazione cinematografica, di fronte a questo sermone infarcito di retorica progressista e condito da una clamorosa amnesia di governo, la risposta non può che essere una. Quella attinta direttamente dalla saggezza del grande Totò: “Ma ci faccia il piacere!”…