L'indagine di Confapi
L’industria italiana non si ferma: dall’IA all’export, ecco come le PMI stanno sfidando la crisi nel 2026
Produzione, fatturato e ordini chiudono il primo semestre con saldi positivi. Cresce il mercato interno, l’occupazione resta in terreno favorevole e quasi metà delle imprese investe. La sfida per il Governo è trasformare la resilienza delle PMI in nuova crescita.
L’industria italiana entra nella seconda metà del 2026 con un messaggio che merita di essere letto oltre le inevitabili cautele: le piccole e medie imprese tengono. L’indagine congiunturale Confapi sul primo semestre dell’anno restituisce infatti il quadro di un sistema produttivo che, pur confrontandosi con una domanda internazionale incerta, tensioni geopolitiche e pressioni sui costi, continua a produrre, vendere, assumere e investire.
Non è un quadro di espansione impetuosa, ma è una fotografia di resilienza e stabilità, particolarmente significativa considerando il contesto internazionale. E proprio la capacità delle PMI di reagire alle difficoltà rappresenta uno degli elementi su cui costruire la politica economica dei prossimi mesi.
Produzione, fatturato e ordini: il segno resta positivo
I numeri dell’indagine sono chiari. Nel primo semestre il 39,11% delle imprese ha aumentato la produzione, mentre il 28,96% ha registrato una contrazione e il 31,94% è rimasto stabile. Un saldo positivo che conferma una dinamica complessivamente favorevole, anche se differenziata tra settori e aziende.
Analogo il quadro del fatturato: il 39,41% delle PMI segnala una crescita, contro il 32,54% che registra una diminuzione. La maggior parte degli incrementi è stata contenuta, ma il dato conferma comunque una capacità del sistema produttivo di difendere e, in molti casi, ampliare i propri livelli di attività.
Ancora più significativo è il ruolo del mercato interno. Il 41,33% delle imprese ha aumentato il fatturato realizzato in Italia, una percentuale superiore a quella relativa al fatturato complessivo. È un segnale di tenuta della domanda nazionale, che rappresenta oggi uno dei principali punti di appoggio dell’economia reale.
Più prudenti, invece, le dinamiche dell’export: nell’Unione europea il 63,55% delle imprese non registra variazioni, mentre nei mercati extra-Ue la stabilità riguarda addirittura il 73,81%. Le difficoltà dei mercati internazionali confermano quindi quanto sia importante continuare a rafforzare la domanda interna e, parallelamente, sostenere la capacità delle imprese di diversificare la propria presenza internazionale.
Investimenti, tecnologia e IA: la competitività passa dall’innovazione
Un altro dato significativo riguarda gli investimenti. Il 48,33% delle PMI ha investito nel primo semestre, con il 21,39% che dichiara interventi di entità rilevante.
Non si tratta soltanto di sostituire ciò che è diventato obsoleto. Il 72,73% delle imprese investitrici indica come principale finalità il potenziamento della capacità produttiva. È un dato importante perché segnala una propensione a guardare allo sviluppo, non soltanto alla conservazione dell’esistente.
La modernizzazione passa inoltre dalle competenze e dalla tecnologia. Tra gli investimenti immateriali spiccano formazione, innovazione, ricerca e sviluppo. E l’Intelligenza Artificiale sta entrando concretamente nelle strategie aziendali: tra le imprese che prevedono investimenti nel secondo semestre, il 23,28% indica soluzioni basate sull’IA, soprattutto per ottimizzare i processi produttivi, gestire i dati, aumentare la produttività e automatizzare le attività ripetitive.
È esattamente su questo terreno che una politica industriale efficace può fare la differenza: accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica significa rafforzarne produttività e competitività, soprattutto in un sistema composto in larga parte da aziende con meno di 50 dipendenti.
Occupazione: il dato più concreto della tenuta
Se c’è un indicatore capace di tradurre la resilienza industriale in un risultato immediatamente percepibile, è quello del lavoro.
Nel primo semestre il 22,04% delle imprese ha aumentato l’organico, mentre soltanto il 9,92% ha registrato una diminuzione. Il 68,04% ha mantenuto invariato il numero dei dipendenti.
Le assunzioni hanno riguardato soprattutto manodopera generale, operai specializzati e tecnici. Anche la distribuzione contrattuale offre un elemento di interesse: il 39,31% delle assunzioni è avvenuto a tempo indeterminato, il 37,93% a tempo determinato e il 16,55% attraverso l’apprendistato.
In altre parole, la tenuta produttiva si traduce anche in tenuta occupazionale. E questo costituisce un elemento centrale per valutare la solidità del sistema economico.
Credito: il rapporto con le banche si conferma stabile
Anche sul fronte finanziario non emergono segnali di deterioramento. L’88,33% delle imprese non ha registrato variazioni nelle condizioni di accesso al credito rispetto al periodo precedente.
Quando le PMI hanno richiesto un finanziamento, lo hanno ottenuto nella quasi totalità dei casi: il 27,39% integralmente e il 3,99% parzialmente, a fronte di un tasso di diniego fermo ad appena il 2,13%.
Sebbene persistano le criticità legate all’elevato costo del denaro e alle stringenti garanzie richieste, il quadro complessivo esclude una stretta creditizia generalizzata. Nel frattempo, in assenza di condizioni bancarie più favorevoli, emerge una forte prudenza da parte delle imprese, che continuano a privilegiare l’autofinanziamento.
La cautela sul secondo semestre non significa arretramento
Le aspettative per la seconda parte dell’anno sono prudenti. Quasi la metà delle imprese prevede una produzione stabile e il 45,43% si attende un fatturato invariato. Anche gli ordini mostrano un sostanziale equilibrio.
Ma leggere questi numeri soltanto come un segnale negativo sarebbe riduttivo. Le PMI stanno operando in un ambiente caratterizzato da guerre, tensioni commerciali, incertezza sui mercati internazionali e aumento atteso dei prezzi delle materie prime. In questo scenario, la scelta del consolidamento può essere interpretata anche come una strategia razionale di difesa della competitività.
Non è un caso che, tra le imprese che prevedono nuovi investimenti, le priorità siano impianti e macchinari, formazione, ricerca e sviluppo, efficientamento energetico e innovazione tecnologica.
Energia e Medio Oriente: la variabile geopolitica pesa
Il principale elemento di rischio indicato dalle imprese riguarda oggi soprattutto gli effetti indiretti delle tensioni geopolitiche.
Sul conflitto in Medio Oriente, il 69,47% delle PMI ritiene che un aggravarsi o un protrarsi delle tensioni possa incidere sulla redditività. Le preoccupazioni principali riguardano l’aumento dei costi delle materie prime, dei trasporti e della logistica e dell’energia.
Ed è proprio qui che emerge una priorità precisa per le politiche pubbliche: contenere i costi energetici, indicato dal 76,47% delle imprese come intervento prioritario, insieme alla costruzione di canali alternativi di approvvigionamento e al sostegno alle aziende più esposte.
La richiesta delle PMI è dunque quella di una politica capace di accompagnare le imprese dentro una fase internazionale complessa, proteggendo la competitività senza rinunciare agli investimenti strategici.
La sfida del Governo: trasformare la resilienza in crescita
L’indagine di Confapi consegna, in definitiva, una fotografia meno negativa di quanto potrebbe suggerire il clima internazionale. L’industria italiana non arretra: produce, fattura, assume e investe, anche se lo fa con prudenza.
La priorità per il Governo diventa ora trasformare questa capacità di resistenza in una nuova fase di crescita. Le direttrici sono già indicate dalle imprese: riduzione dei costi energetici, sostegno agli investimenti, innovazione, formazione, Intelligenza Artificiale, ricerca e sviluppo, rafforzamento delle filiere e maggiore diversificazione dei mercati.
È su questi capitoli che si giocherà la competitività italiana nei prossimi anni. E il dato forse più importante che emerge dall’indagine è che le PMI non chiedono di fermarsi: chiedono condizioni per continuare a investire e crescere.
In un’economia internazionale segnata dall’incertezza, la tenuta del sistema produttivo italiano rappresenta quindi un capitale da difendere e valorizzare. Il primo semestre 2026 non consegna una crescita senza problemi, ma consegna qualcosa di altrettanto importante: un tessuto industriale che, nonostante le difficoltà, continua a guardare al futuro.
Vincenzo Elifani – Presidente del Centro Studi di Confapi