L'editoriale
Il pessimismo “logico” è la (vera) fotografia di un campo con poche idee ma confuse
L'interesse principale della sinistra è il governo per il governo. Per tale motivo i tessitori del campo largo sperano di potersi affidare ancora una volta al pilota automatico. Stavolta però sarà diverso: perché anche quel “pilota”, il vincolo esterno camuffato per anni in quel «ce lo chiede l'Europa», è stato sconfitto dal ritorno furioso della storia
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 11 Agosto 2026 alle 06:00
«Un’alleanza senza un’idea del mondo». Così il filosofo Massimo Cacciari in un impeto di pessimismo logico quando gli è stata posta l’immancabile domanda sul centrosinistra. In verità un’idea – o qualcosa di simile – i tipi del campo largo ce l’hanno: il problema è il risultato, semplicemente lunare. Che cosa propongono i maggiorenti dell’opposizione dopo quattro anni di pratica? Un’Italia di fatto senza confini, un regime fiscale terrorizzante per il ceto medio, forze dell’ordine chiamate a fornire servizi da psicoterapeuti, il salario minimo come kriptonite per la contrattazione di qualità, la transizione green come dogma e spesa pubblica fuori controllo per sussidiare fasce indefinite di popolazione (altrimenti) attiva. Per non parlare della politica estera, dove più di metà del “campo” è pronta ad abbandonare l’Ucraina e il canone occidentale al proprio destino.
Chiaro. Si tratta di un’architettura programmatica che nessuna sinistra nel globo terracqueo pensa di proporre o, figuriamoci, di mettere in pratica. Quella di Schlein, Conte, Fratoianni & Bonelli invece sì. Obiezione: forse Giuseppe Conte – eccetto sul dossier Kiev, sul quale è spudoratamente sbilanciato in direzione Mosca – non la pensa su tutto così. È vero. Ma come la pensa davvero l’ex premier, quello considerato il più “attrezzato” (sic!) a sinistra per la scalata a Palazzo Chigi? Mistero, dato che si tratta di un uomo che sarebbe capace, perché è stato capace, di sostenere tesi e antitesi allo stesso tempo. Sintesi inclusa, ovviamente. E i riformisti del Pd? E i cespuglini del “centro trattino sinistra” in cerca d’autore? In mezzo a tale cordata sono orpelli coreografici.
Il realismo di Cacciari taglia la testa al toro: per il filosofo manca l’elaborazione a sinistra perché manca il confronto nei partiti. Sostituiti dal «primum vivere», dal casting sulle leadership che si risolvono nell’opinionismo e dal corollario: coalizzarsi a tutti i costi per non tornare a perdere. A mancare è tutto il resto: quel – parafrasando Cocciante – «se stiamo insieme ci sarà un perché». È quel «perché?» la domanda alla quale nessuno da quelle parti sa rispondere. Certo, esiste una cultura di governo di sinistra: a macchia di leopardo, perimetrata in alcune esperienze locali (peraltro non rappresentative della newco «testardamente unitaria»). Manca però una visione nazionale minimamente attrezzata alle sfide che l’Italia ha davanti. Eppure, a parte le rasoiate di Cacciari e di pochi altri dotati di senso critico, la questione non sembra così esiziale per il coté progressista.
Il motivo? Per il grosso della classe dirigente politica, come del ceto intellettuale, il tema fondamentale, l’ossessione, è riappropriarsi delle leve del potere. Farlo in nome delle proprie idee non è mai stata una priorità per la sinistra post-comunista. Sinistra che ha vinto un’elezione, non a caso, solo con un commissario tecnico – Romano Prodi –, mai con leader espressione dell’elaborazione di un partito. Ecco perché gli “architetti” del campo largo sotto-sotto tifano per superare gli attuali leader naïf per offrirsi ancora una volta al papa straniero, al federatore o a una sorta di influencer senza storia (a parte una certa narrativa egoriferita) come potrebbe essere Silvia Salis.
L’interesse principale, dunque, è il governo per il governo. Per tale motivo i tessitori sperano in realtà di potersi affidare ancora una volta al pilota automatico. Stavolta però sarà diverso: perché anche quel “pilota”, il vincolo esterno camuffato per anni in quel «ce lo chiede l’Europa», è stato sconfitto dal ritorno furioso della storia. A sinistra, insomma, dovranno proporla necessariamente questa idea del mondo. E se non sarà quella sgangherata e improbabile della combriccola del campo largo dovranno dirlo al più presto. Ma proprio su questo siamo davvero tutti più pessimisti di Cacciari.