Guerra e pace in bilico
Gaza, il muro di Netanyahu ad Hamas poi l’apertura al piano Trump: “È come una partita a scacchi”
Dopo il no pronunciato davanti al governo, il premier israeliano avrebbe promesso a Jared Kushner di dare una possibilità alla roadmap americana. A Mocha nel Mar Rosso, intanto, missili e droni uccidono sette persone
Esteri - di Alice Carrazza - 10 Agosto 2026 alle 08:57
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accettato di dare una possibilità al piano in 15 punti del presidente Usa Donald Trump per Gaza. L’apertura – il giorno dopo lo strappo con Hamas di ieri – è stata annunciata come una possibile svolta e come frutto di un colloquio avuto la scorsa settimana con Jared Kushner: la posizione è diventata pubblica poche ore dopo il messaggio di segno opposto pronunciato dal capo del governo israeliano davanti ai suoi ministri. Non è ancora un’adesione senza riserve, ma un impegno sufficiente, almeno per Washington, a mantenere in piedi il negoziato. «Si sistemerà tutto. Alla fine si sistema sempre. È come una partita a scacchi», ha detto il tycoon.
Dopo il “no”, arriva il “forse”
Domenica il premier aveva scandito per la prima volta un rifiuto esplicito: «Israele non accetta il documento». Nessun ritiro delle Forze di difesa israeliane, aveva aggiunto, finché Hamas non sarà «realmente disarmato». E aveva precisato: «Quando dico che Hamas deve essere disarmato, intendo le armi pesanti, quelle meno pesanti: tutte le armi». Un processo effettivo, dunque, «non fittizio».
Dietro le dichiarazioni pubbliche, tuttavia, il confronto con la Casa Bianca non si è fermato. Secondo un funzionario statunitense citato da Axios, il leader del Likud avrebbe promesso a Kushner di non chiudere la porta alla proposta di Trump. Sul terreno Israele avrebbe inoltre interrotto gli attacchi nella Striscia e avviato un graduale ripiegamento verso la Linea Gialla, la demarcazione prevista dal cessate il fuoco che separa le aree presidiate dall’Idf da quelle nelle quali è consentita la circolazione dei palestinesi. Tuttavia, le frizioni con The Donald restano per ciò che riguarda la presenza israeliana tanto in Libano quanto in Siria.
Washington guarda alle mosse sul terreno
L’amministrazione americana non sembra intenzionata ad aprire uno scontro con Gerusalemme. «Comprendiamo le esigenze politiche di Bibi», ha spiegato la fonte statunitense. «Per noi non è un problema, finché continua a fare ciò che gli chiediamo, soprattutto per quanto riguarda il contenimento degli attacchi a Gaza».
Washington distingue così la retorica destinata al fronte interno israeliano dai movimenti militari. Il capo dell’esecutivo si sta preparando infatti alle elezioni del 27 ottobre — nonché alla sfida con Gadi Eisenkot, ex generale ai vertici delle forze armate —, ed è ora più che mai sottoposto alla pressione dell’ala più intransigente della maggioranza. In breve: non può permettersi di apparire disposto a evacuare la Striscia prima dello smantellamento dell’apparato militare delle milizie sciite. Da qui anche il rifiuto di qualsiasi futuro «Hamastan» a Gaza o «Fatahstan» — con riferimento al movimento fondato da Yasser Arafat in Cisgiordania.
Il nodo resta l’ordine delle operazioni. La roadmap prevede un percorso verificato settore per settore: trasferimento delle dotazioni in uso alla polizia di Hamas alla nuova forza palestinese, messa fuori uso e custodia degli arsenali pesanti, demolizione dei tunnel e delle fabbriche militari, raccolta degli armamenti leggeri. Parallelamente, l’Idf dovrebbe arretrare mentre una forza internazionale di stabilizzazione assumerebbe compiti di sicurezza. Hamas continua però a sostenere che il ritiro israeliano e la cessazione dei raid debbano precedere la consegna del proprio potenziale bellico. Gli Stati Uniti e gli altri mediatori chiedono ora al gruppo terroristico di compiere il primo passo. È su questa sequenza, più che sul principio generale, che può arenarsi l’intero accordo.
Gli Houthi riaprono il fronte yemenita
Mentre Washington prova a contenere Gaza, il conflitto torna ad accendersi all’ingresso meridionale del Mar Rosso. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno lanciato missili balistici e droni contro Mocha, città portuale controllata dal governo yemenita riconosciuto internazionalmente e appoggiato da Riad. In base a quanto riferiscono le forze armate yemenite, nell’attacco sono rimasti uccisi quattro militari e tre civili, mentre altre trenta persone sono state ferite. Le difese aeree avrebbero abbattuto undici velivoli senza pilota. Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato l’operazione affermando che gli obiettivi erano concentramenti di truppe saudite e depositi militari. L’esercito yemenita sostiene invece che siano stati colpiti anche quartieri residenziali e infrastrutture civili.
L’offensiva su Mocha segue il raid rivendicato dagli stessi ribelli contro la raffineria Aramco di Jazan, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita. L’incendio provocato dall’incursione è stato domato senza vittime. Due segnali convergenti: mentre nella Striscia la proposta americana avanza attraverso concessioni non dichiarate, nello Yemen la galassia armata legata a Teheran torna ad alzare il prezzo della crisi regionale.