"La musica deve unire"
Dori Ghezzi sconfessa la nipote di De André su Salvini: “Fabrizio non avrebbe mai mandato via nessuno”
La vedova di Faber replica alla nipote del cantautore e difende la presenza di Salvini all’Agnata: "Lo conosco da 25 anni, sa tutte le canzoni a memoria". E poi: "Cosa ne sa lei del nonno. Una volta decidemmo anche di votare destra"
A sottrarre Fabrizio De André all’arruolamento postumo nel fronte degli intolleranti ci pensa la persona che più a lungo ne ha condiviso la vita. «Fabrizio non avrebbe mai mandato via nessuno. Alice? Cosa ne sa lei del nonno», dice Dori Ghezzi al Corriere della Sera, replicando alla nipote del cantautore, convinta che Faber avrebbe interrotto il concerto per domandare a Matteo Salvini che cosa ci facesse lì.
La polemica nasce domenica 9 agosto all’Agnata, la tenuta della coppia in Gallura, durante l’omaggio a De André inserito nel festival Time in Jazz. Diodato è sul palco, Salvini assiste in prima fila accanto a Ghezzi. Una spettatrice interrompe l’esibizione per contestare la presenza del leader del Carroccio: sostiene di sentirsi «offesa» e annuncia di non voler restare. In platea, ha poi ricordato Ghezzi, erano presenti anche altri politici, tra i quali Giorgio Gori e Luigi Manconi. Ma l’unica presenza sottoposta a esame di ammissione è quella del vicepremier.
“La musica deve unire, non separare”
È Dori Ghezzi a prendere il microfono e a riportare il concerto entro i confini del buon senso: «Io la penso diversamente, sono sempre stata di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo, almeno tentare. Altrimenti non saremmo più un Paese democratico». Diodato ribadisce la propria distanza politica da Salvini, ma chiarisce di non avere alcun diritto di allontanarlo, augurandosi piuttosto che la musica di De André possa «illuminare» la politica.
A riaprire il caso dopo il concerto era stata Alice De André, figlia di Cristiano: «Non so che cosa sia riuscito Salvini a capire dei testi di mio nonno. Forse la musica, forse il “la la la”». Secondo lei, Faber gli avrebbe chiesto «che cazzo ci faceva lì». Salvini ha rivendicato il diritto di ascoltare De André senza pretendere di farlo parlare dall’aldilà: «Nessuno può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere o quali film guardare». La politica, insomma, non può trasformarsi in una dogana culturale.
Intervistata da Il Giornale poi, Ghezzi lo ribadisce, respingendo la ricostruzione della nipote: «È una follia pensare una cosa del genere. È un’offesa, un’umiliazione per Fabrizio». Ai concerti di Faber, racconta, le contestazioni politiche non mancavano, ma lui «sedava, non mandava via nessuno». La vedova del cantautore rivela inoltre di conoscere Salvini da circa 25 anni, da quando il futuro capo leghista, allora poco più che ragazzo, si presentò alla nascita della Fondazione De André. «È un cultore, conosce tutte le canzoni di Fabrizio, parola per parola», assicura. Salvini, aggiunge, si era persino detto pronto ad andarsene qualora la sua presenza avesse creato problemi.
Su La Stampa, precisa ancora di non aver difeso Salvini, ma un principio: il dissenso è legittimo, anche quando è aspro; l’espulsione ideologica no. «Fabrizio non era un santino», ricorda. Era un uomo libero, complesso e anarchico, non un’appartenenza da esibire né un marchio con cui selezionare il pubblico autorizzato. Del resto, in un’intervista del 1992 a Giuseppe Attardi, ripubblicata da Segnali Sonori, De André chiariva di non essere leghista, ma rifiutava di demonizzare il movimento di Umberto Bossi, definendolo «un contenitore di protesta». E avvertendo: «Si demonizzerebbero diversi milioni di italiani che hanno mandato in Parlamento cinquanta persone». Ne condivideva la richiesta di maggiore decentramento: «Essendo io un libertario, non posso non auspicarlo». Arrivò anche a dire: «Sono talmente favorevole che darei autonomie speciali persino ai condomini».
Faber non era dunque un uomo della Lega. Ma neppure il buttafuori immaginato da chi oggi vorrebbe trasformare le sue canzoni in un circolo riservato agli ideologicamente conformi.