Uno sguardo al futuro
Dagli Stati Uniti, all’Europa: così la deriva woke sta distruggendo la cultura occidentale
Analisi di un contagio ideologico: la cecità delle élite europee e la necessità di difendere le radici del nostro pensiero
Céline Pina, giornalista e saggista francese, spiega come il wokismo usi i nostri traumi collettivi per svuotare di ogni significato la nostra immaginazione storica, politica e culturale. Proprio quell’immaginazione che definisce il nostro posto nel mondo, nutre la nostra auto-percezione e fornisce i punti di riferimento di una civiltà capace di proiettarsi nel futuro. Il wokismo è la malattia autoimmune dell’Occidente; invoca l’Illuminismo nella sua ricerca di uguaglianza ma prende di mira solo il mondo occidentale. Denuncia costantemente un colonialismo oramai scomparso, ma chiude un occhio sulla riapertura dei mercati degli schiavi in Africa e sullo sfruttamento sessuale delle donne prigioniere degli islamisti. Eppure, per questa ideologia, il male assoluto rimane l’Occidente, accusato di sventolare la bandiera dell’uguaglianza e delle libertà fondamentali solo per pervertirli e mascherare il proprio dominio.
La presunta menzogna nascosta in Occidente
È attraverso questa narrazione che l’uomo bianco viene dipinto come un eterno colonizzatore, sia in patria che all’estero. Di conseguenza, poiché l’ideale democratico non si realizza mai pienamente, tutto viene liquidato come un’illusione: emancipazione, libertà, dignità umana e uguaglianza sarebbero solo paraventi ideologici per perpetuare il privilegio bianco. Il movimento woke combatte contro la presunta menzogna nascosta nel cuore della civiltà occidentale. Presentata come una richiesta di consapevolezza delle oppressioni latenti, è difficile rifiutare l’ideologia woke senza indossare immediatamente la toga dell’infamia ed essere accusati di essere eredi di una storia che inizia con la colonizzazione e finisce con l’orrore nazista e collaborazionista. Ancor peggio: se il privilegio è inconscio, il wokismo assume i tratti di una setta. Poiché il tuo dominio è rimosso e non consapevole, tocca agli oppressi rieducarti. Sei costretto a vedere e pensare come loro, pena l’accusa di perpetuare il tuo potere. La redenzione passa, a questo punto, dall’espropriazione e dall’abiura del libero arbitrio.
Immaturità e risentimento: la base dell’ideologia woke
Il wokismo è un’ideologia che sfrutta l’immaturità e il risentimento. Si rivolge principalmente ai giovani, soprattutto a quelli delle periferie svantaggiate, e fornisce loro un’identità di vittima preconfezionata. Il semplice fatto di essere neri rende automaticamente custodi del trauma della schiavitù. Ogni persona di colore si vede ancora lavorare nei campi di cotone, mentre ogni persona bianca deve vivere come se fosse nata con una frusta in mano. È attraverso questa lente che la matrice di odio al centro dell’ideologia woke incita e legittima la violenza politica. La sua visione del mondo criminalizza la civiltà europea: il nostro stile di vita, la nostra prosperità, l’impegno per le libertà fondamentali e la scelta di riconoscere a tutti la stessa dignità umana non vengono visti come una conquista umanistica, sociale e politica, ma come il prodotto di saccheggi e sfruttamento. Secondo questa narrazione il progresso umano, tecnologico e istituzionale dell’Occidente non ha alcun legame con una coscienza emancipatrice, né dipende da fattori culturali o sociali. Al contrario, se l’Occidente ha conosciuto lo sviluppo, è solo perché ha sfruttato le popolazioni indigene. Deve la sua prosperità unicamente al saccheggio delle risorse materiali e intellettuali delle sue colonie, e le sue libertà unicamente alla schiavitù e alla sistematica sottomissione delle minoranze.
Il nemico all’interno
La civiltà occidentale, insomma, non ha alcun merito; trarrebbe la sua forza dall’imperialismo e dallo sfruttamento dei suoi popoli. Il wokismo, in effetti, mira a identificare il «nemico interno»: colui che cerca di difendere i propri privilegi spacciandoli per merito, colui che si rifiuta di riconoscere la propria intrinseca infamia. Rifiutare il wokismo significa schierarsi dalla parte sbagliata della storia, perché implica la volontà di non rinunciare ai propri privilegi e, di conseguenza, di continuare a opprimere. È proprio questo che rivela la semantica corrente. Nel mondo «woke» il merito non esiste; esistono solo privilegi: privilegio bianco, privilegio eterosessuale, privilegio maschile, E così come esiste una convergenza delle lotte, si assiste a un accumulo di privilegi, di cui l’uomo bianco cisgender rappresenta l’incarnazione suprema.
Ora, se il mantenimento delle strutture di dominio si fonda sul rifiuto di riconoscere tali privilegi, allora ogni distinzione diventa il segno di questo rifiuto. Un’impasse individuale che alimenta, inevitabilmente, il risentimento collettivo.
Wokismo e totalitarismo
Nathalie Heinich nel suo saggio « Il wokismo è un totalitarismo?» denuncia come il wokismo e il neofemminismo islamo-progressista attacchino frontalmente la laicità. La strategia é duplice: accusarla di sessismo perché colpirebbe le donne attraverso il divieto del velo, e di razzismo, poiché prenderebbe di mira i musulmani, ridotti qui a una presunta «razza». L’esagerazione ideologica sta nel dipingere l’intera comunità islamica come bersaglio della battaglia laica, quando quest’ultima prende di mira solo la frangia minoritaria del fondamentalismo islamista. L’errore interpretativo, invece, consiste nel trasformare la laicità in un’opposizione di principio ad ogni forma di espressione religiosa. Al contrario, essa ne chiede la sospensione solo nel contesto civico e, in particolare nelle scuole, dove è essenziale preservare la libertà di coscienza dei minori. Questo identitarismo, che sigla l’alleanza innaturale tra neofemminismo e islamismo in funzione anti-laica, si rivela così il vero cavallo di Troia per il totalitarismo woke. Una deriva che mira a scardinare una laicità che affonda le sue radici nella tradizione.
Una battagli tutta interna alla sinistra
La difesa dei valori laici e repubblicani non contrappone più, come accadeva durante le storiche battaglie ideologiche, una sinistra laica a una destra cattolica e monarchica. Oggi la vera battaglia si consuma all’interno della sinistra stessa. Da un lato vi é una tendenza repubblicana che mira a superare le affiliazioni identitarie; dall’altro, una sinistra radicale che rivendica diritti specifici per comunità considerate vittime di discriminazione o colonizzazione. Questa tensione é esacerbata dalla questione religiosa, in particolare dall’ascesa dell’ islamismo sociale. La conclusione è netta: l’anti-wokismo viene strumentalmente associato alla destra e liquidato come «razzista», «islamofobo» o «fascista», da ideologi che negano la realtà. Al contrario opporsi al totalitarismo woke significa, semplicemente, difendere i valori repubblicani fondamentali: universalismo, razionalità, libertà e laicità.
La penetrazione del woke nella società
Nel saggio « La religione woke», Jean-François Braunstein racconta come, specialmente negli Stati Uniti, il wokismo sia penetrato nel mondo dell’istruzione per plasmare una nuova umanità. Ai bambini viene insegnato, fin dalle elementari, e senza il consenso dei genitori, che il genere è «una questione di scelta» slegata dal corpo biologico. Si insegna agli studenti bianchi di essere intrinsecamente colpevoli di razzismo e a quelli razzializzati di essere automaticamente delle vittime. Parallelamente nelle grandi aziende si sta sviluppando un «capitalismo woke» che implementa politiche di Diversità, Equità, Inclusione (DEI): misure di discriminazione positiva che contrastano apertamente con ogni principio meritocratico. I colossi tecnologici, le piattaforme social e i giganti dell’intrattenimento come Netflix promuovono massicciamente questo pensiero politicamente corretto. Chi credeva che una simile deriva sarebbe rimasta confinata al mondo anglosassone si è dovuto ricredere. Non esiste moda nata negli Stati Uniti che non sia riuscita, dopo pochi anni, a travolgere l’Europa occidentale
Il ruolo delle multinazionali
Nel libro «Capitalismo woke», il professore Carl Rhodes lancia un allarme chiaro: quando le multinazionali si vestono di moralità e giustizia sociale non stanno salvando il mondo, ma stanno sabotando la democrazia. La tendenza dei grandi marchi di adottare cause progressiste – dai diritti LGTBQ+, al femminismo fino all’ecologia- cela un inganno: serve a fare profitto e a ripulire la propria immagine (greenwashing,e woke washing), non a promuovere un vero cambiamento sociale.Si pensi alle campagne pubblicitarie dei colossi dell’abbigliamento sportivo: si schierano a favore della giustizia razziale con slogan d’impatto, mentre mantengono catene di montaggio nei Paesi in via di sviluppo con salarida fame e condizioni di lavoro durissime. La morale diventa così un semplice prodotto da vendere. L’invito di Rhodes è perentorio: non dobbiamo lasciarci ingannare dal marketing etico. La vera giustizia sociale si fa con la politica e la partecipazione dei cittadini, non comprando una maglietta. Come ha osservato la giornalista Bari Weiss: «Bisogna trovare il coraggio di dire NO alla rivoluzione woke.» È giunto il momento che l’Occidente si svegli e confuti la diagnosi pessimistica di Solženicyn, il quale, nel 1978 ad Harvard, osservò che «il declino del coraggio è forse l’aspetto più sorprendente che un osservatore esterno possa notare oggi in Occidente». Paradossalmente, è proprio la minaccia dell’ideologia woke che può spingerci a riscoprire e riaffermare il valore della civiltà occidentale.