Il caos
Ceuta, cittadini esasperati: “I migranti ridono di noi”. Spiagge assediate e baracche in fiamme
A un mese dall’invasione restano almeno 5mila irregolari. Militari aggrediti, accampamenti distrutti e residenti esasperati. La sinistra ha ancora il coraggio di chiamare questa "la normalità"?
A Ceuta l’emergenza cambia volto con il calare del sole. Di giorno Madrid conta gli irregolari, promette rimpatri e distribuisce appelli alla calma; la sera i residenti marciano verso le spiagge, la polizia alza i cordoni e gli accampamenti diventano il bersaglio della rabbia. Giovedì alcune baracche sono state abbattute e incendiate tra bandiere spagnole e cori contro Pedro Sánchez. Altro che situazione risolta in 48 ore, come aveva frettolosamente celebrato la sinistra italiana: a quasi un mese dall’ingresso di massa del 30 luglio, la città è entrata nella fase più pericolosa, quella del conflitto quotidiano.
Decine di manifestanti hanno eluso il dispositivo degli agenti e raggiunto la spiaggia di Benítez, dietro l’impianto di desalinizzazione. Hanno demolito i ripari degli irregolari, gettato parte dei materiali in mare e appiccato il fuoco ad alcune strutture. Poco prima, una sentata aveva bloccato due mezzi della Croce Rossa diretti al Trampolín. La distribuzione dei pasti è proseguita attraverso un percorso alternativo, scortata dalla polizia.
La smentita arriva dal governo spagnolo
Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha riconosciuto che a Ceuta rimangono 5mila irregolari, tra i quali 1.500 minori. Il governo locale ha fornito stime superiori, ma è lo stesso esecutivo socialista ad aver certificato la portata dell’emergenza: il 25 agosto ha dichiarato, per la prima volta dall’approvazione della legge del 2015, una “situazione di interesse per la Sicurezza nazionale”.
Il decreto ammette che l’afflusso ha superato le capacità ordinarie di gestione, accoglienza, assistenza e sicurezza cittadina. Una fotografia assai diversa da quella restituita inizialmente da Madrid, quando il ritorno in Marocco della maggioranza degli ingressi era stato presentato come la prova di una soluzione rapida ed efficace.
L’aggressione ai militari e la rivolta dei “caballas”
A esasperare gli abitanti sono anche gli episodi di violenza. A Benzú un gruppo composto da 30-40 migranti ha circondato e preso a sassate un veicolo dell’Esercito. I quattro militari a bordo sono rimasti feriti e dodici marocchini sono stati arrestati. Nella stessa giornata, al molo Alfau, altri due irregolari sono finiti in manette dopo avere aggredito un agente della Guardia Civil durante un’identificazione.
Intanto i “caballas”, come vengono chiamati gli abitanti di Ceuta, continuano a scendere in strada. «Ceuta non può diventare un gigantesco Centro di permanenza temporanea per immigrati», è il senso dello slogan ripetuto dai manifestanti contro Sánchez.
«Loro possono accendere fuochi, allora possiamo farlo anche noi», ha raccontato un residente a El Mundo. Un altro, indicando gli irregolari oltre il cordone, ha aggiunto: «Guarda come ridono di noi i mori, siamo dei fessi». La tensione coinvolge persino gli agenti: prima applauditi con cori di sostegno, poi contestati quando impediscono alla folla di avanzare.
Anche il sistema sanitario sta pagando il conto, con circa 70 accessi aggiuntivi al giorno alle urgenze e oltre novanta operatori inviati di rinforzo. Il governo chiede ai cittadini di fermarsi, ma continua a non indicare una scadenza credibile per i rimpatri. E mentre Madrid predica calma, ogni sera Ceuta presenta il conto di un mese perduto.