Pugliese di Castellaneta conquistò l'America in brevissimo tempo. Diventato l'icona della bellezza morì giovanissimo ma il suo mito è rimasto attuale
Il 23 agosto 1926 il mondo si fermava. A soli trentun anni, stroncato da una peritonite fulminante in un letto d’ospedale di New York, si spegneva Rodolfo Valentino. Cento anni dopo, quel nome non ha perso un briciolo del suo magnetismo, rimanendo il simbolo eterno del primo, vero divo della storia del cinema mondiale. Ma per l’Italia, Valentino rappresenta molto più di un’icona hollywoodiana: è stato l’uomo che ha imposto lo stile, l’eleganza e la passionalità della nostra Penisola nell’immaginario collettivo globale.
Il pugliese americano
Nato a Castellaneta, in Puglia, con il nome di Rodolfo Alfonso Raffaello Pierre Philibert Guglielmi, il giovane emigrante era partito per l’America con in tasca solo i propri sogni e quell’orgoglio meridionale che non si piega davanti alle difficoltà. Hollywood, che allora muoveva i suoi primi passi nel cinema muto, cercava volti nuovi. Rodolfo non si limitò a recitare: inventò un modello. Con i suoi sguardi magnetici in capolavori come «Il figlio dello sceicco»
riscrisse le regole del fascino maschile. In un’epoca in cui gli anglosassoni dominavano la scena con modelli rigidi, Valentino impose la bellezza mediterranea, fiera, fustigatrice di cuori ma sempre legata a un’eleganza innata. Con la sua interpretazione magistrale in
«Sangue e arena» (1922), nel ruolo del tormentato torero Juan Gallardo, dimostrò anche un immenso spessore drammatico, mentre il suo ultimo capolavoro,
«Il figlio dello sceicco» (1926), uscito postumo nelle sale, confermò un successo di pubblico planetario, sancendo la sua definitiva immortalità artistica.
Gli amori tormentati
La prima donna a legare ufficialmente il proprio nome a quello di Valentino fu l’attrice Jean Acker, sposata nel 1919. Un matrimonio lampo che entrò nella storia del gossip hollywoodiano per un dettaglio clamoroso: la sera stessa delle nozze, la Acker chiuse Valentino fuori dalla camera d’albergo, ponendo fine al matrimonio dopo appena sei ore. Il divorzio formale arrivò solo tre anni più tardi. Ma non fu certamente l’unico per la grande star del cinema muto.
La bigamia e l’arresto
Nel 1922, sul set del film «La signora delle camelie», l’attore perse la testa per la scenografa e costumista Natacha Rambova (pseudonimo di Winifred Shaughnessy). Donna colta, ambiziosa e dominatrice, la Rambova divenne la vera manager di Valentino, influenzando pesantemente le sue scelte artistiche e i suoi contratti. Il loro amore fu però segnato da uno scandalo giudiziario: si sposarono in Messico prima che il divorzio dalla Acker fosse legalmente definitivo in California, e Valentino venne clamorosamente arrestato con l’accusa di bigamia. Una volta regolarizzate le nozze, il matrimonio naufragò nel 1925 a causa delle continue ingerenze della Rambova sul set, che avevano esasperato i produttori di Hollywood.
Gli ultimi amori e il giallo della “Donna in Nero”
Dopo l’addio alla Rambova, nella vita del divo entrò la celebre attrice polacca Pola Negri, un’altra diva assoluta del cinema muto. La loro relazione, intensa e fortemente pubblicizzata, fu interrotta soltanto dalla morte improvvisa di Rudy. Al funerale epocale di New York, Pola Negri inscenò una disperazione teatrale, svenendo ripetutamente sopra la bara e dichiarando che Valentino le avesse chiesto di sposarlo pochi giorni prima del ricovero.
Accanto alle donne ufficiali, il mito di Valentino è indissolubilmente legato alla figura misteriosa della “Donna in Nero” (Ditrah Pran). Per decenni, ogni 23 agosto, una misteriosa donna velata di nero si è recata sulla tomba dell’attore al Hollywood Forever Cemetery, deponendo una singola rosa rossa. Una tradizione romantica e spettrale che ha alimentato per un secolo la leggenda. Non si è mai scoperto chi fosse quella misteriosa donna.
La morte e l’isteria collettiva
La sua morte improvvisa scatenò un’ondata di isteria collettiva senza precedenti: decine di migliaia di donne scesero in strada a New York, si registrarono drammatici suicidi, e il suo funerale divenne un evento epocale. Cento anni dopo, si vuole ricordare non solo la star del cinema muto, ma il patriota dello schermo: un italiano che, senza bisogno di parole, ha saputo conquistare il mondo portando in alto l’onore e il fascino della sua terra d’origine. Un mito senza tempo, che la modernità liquida di oggi non saprà mai replicare. E che resiste a ogni usura del tempo. Il pugliese americano che rimase sempre un grande italiano.