La confessione, la sterzata
Caso Ranucci, no ai domiciliari per Lavitola che dal carcere lancia dubbi sul giornalista: «Potrebbe aver intuito il piano»
I dettagli dell'interrogatorio dell'imprenditore sull'attentato al conduttore di "Report" adombrano altri interrogativi e sospetti. L'indagato e il suo legale: «Non escludo che...»
Ranucci-Lavitola: dal gip no a domiciliari all’imprenditore. Ma il legale dell’indagato rilancia un dubbio: il giornalista di Raitre davvero poteva non sapere? «Non escludo che Sigfrido avesse intuito il piano». Secondo quanto anticipato da Il Giornale e a stretto giro confermato in parte dal legale di Valter Lavitola, l’ex editore finito in carcere con l’accusa di aver fatto piazzare una bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci avrebbe fatto delle rivelazioni inaspettate nel corso del suo interrogatorio di garanzia di ieri. Sono ovviamente esternazioni tutte da verificare. E su cui va messo il marchio di garanzia del dubbio, stante che al momento gli inquirenti non ne hanno riscontro.
Caso Ranucci, dalla confessione di Lavitola al dubbio sul giornalista
Eppure, al netto di confessioni e ammissioni ratificate, il caso Ranucci sembra ingarbugliarsi sempre di più attorno a una matassa ancora intricata da nodi da sciogliere. Così, proprio mentre arriva la decisione del gip che, non avendo accolto la richiesta di arresti domiciliari avanzata ieri dopo l’interrogatorio di garanzia dal difensore dell’ex editore e imprenditore, si apprende non solo che Valter Lavitola resta in carcere a Rebibbia, dove è detenuto da lunedì – e al quale viene contestato il metodo mafioso – ma anche che il suo legale avanza un dubbio inquietante: «Il giornalista potrebbe avere intuito il piano». Ma riavvolgiamo il nastro: e ripartiamo dall’ultima notizia.
Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere
La decisione di negare gli arresti domiciliari a Lavitola arriva quasi contestualmente alla confessione resa durante l’interrogatorio di garanzia, nel corso del quale l’indagato ha ammesso di essere stato il mandante dell’attentato compiuto lo scorso ottobre ai danni del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Un racconto, quello del reo confesso, che sfiora il paradosso, e che adombra un piano segreto mirato inizialmente non a far esplodere una bomba: «Dovevano sparare contro casa di Ranucci».
Come spiega tra gli altri l’Adnkronos infatti, Lavitola avrebbe sostenuto di aver inizialmente commissionato un’azione con modalità differenti da quella poi eseguita: non l’esplosione dell’ordigno rudimentale che ha danneggiato le auto del giornalista a Pomezia. Bensì l’esplosione di quattro o cinque colpi di pistola dimostrativi da esplodere contro il muro dell’abitazione di Sigfrido Ranucci.
Ranucci, Lavitola al gip: chiesi un attentato con “modalità diversa”, spari contro il muro della casa del giornalista
Questa, dunque, la “diversa modalità” che Valter Lavitola aveva immaginato per l’attentato di cui ieri ha confessato davanti al gip, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, di essere il mandante. Ma una volta appresa la notizia che l’agguato dinamitardo era avvenuto tramite l’esplosione di un ordigno rudimentale che ha danneggiato le auto del conduttore di Report, a quanto si apprende, non avrebbe avuto da obiettare, perché avrebbe comunque ritenuto anche quella modalità dimostrativa.
Ranucci-Lavitola, il piano segreto dell’indagato e il dubbio sul giornalista…
Il movente dichiarato? Inscenare un atto dimostrativo per fare in modo di innalzare il livello di protezione e di scorta nei confronti del giornalista. Pertanto, alla luce dell’ammissione e di altri elementi a suo parere emersi, l’avvocato dell’indagato aveva chiesto l’attenuazione della misura cautelare in carcere, ritenendo che a carico del suo assistito non sussistessero il pericolo di fuga, la mancata collaborazione, e l’inquinamento probatorio.
Le rivelazioni inaspettate durante l’interrogatorio di garanzia confermate dal suo legale
Ma non è tutto. Perché il passaggio destinato a sollevare le maggiori polemiche e perplessità riguarda appunto la presunta consapevolezza della vittima dell’intimidazione ordita. Su cui va detto che, alla domanda dei magistrati se Ranucci fosse al corrente del piano, Lavitola ha negato. Salvo poi, sollecitato dal gip sul fatto che il giornalista potesse aver intuito le sue intenzioni, rilasciare una dichiarazione che apre al dubbio: «Non lo escludo».
A supporto di questa tesi, peraltro, il suo legale – riporta il sito de Il Messaggero – avrebbe fatto riferimento a presunti scambi di messaggi tra il giornalista, preoccupato di minacce e attacchi sul suo lavoro, e il ristoratore di Monteverde. Il quale avrebbe detto all’amico: «Ci penso io».
Ranucci-Lavitola, un’ombra ingombrante su tutta la vicenda
Sebbene dalla Procura siano filtrate nette smentite su questo specifico risvolto dell’interrogatorio – precisando che si tratta di esternazioni tutte da verificare. E prive al momento di riscontri – resta il fatto che il dubbio fatto aleggiare dall’indagato lascia un’ombra ingombrante sulla vicenda. Per il momento, comunque, la magistratura mantiene la linea della fermezza.
Nelle prossime settimane gli inquirenti analizzeranno cellulare e computer sequestrati a Lavitola. Ranucci è già stato ascoltato dagli inquirenti come persona informata sui fatti. Ora l’attenzione degli investigatori è concentrata soprattutto sull’analisi del materiale sequestrato a Lavitola. Nel frattempo, però, le insinuazioni dell’ex editore rischiano di trasformare il caso in un intricato giallo giudiziario.