Caso Lavitola
Caso Ranucci-Lavitola, parla Aldo Grasso: “Il conduttore di Report ha perso il suo bene maggiore, la credibilità”
Il critico del Corriere in un'intervista a Il Foglio definisce il metodo della trasmissione di Raitre, "una degenerazione del giornalismo"
La vicenda Ranucci-Lavitola, al di là dei risvolti giudiziari, inchioda il vice direttore di Rai tre su quello che era il suo terreno più prezioso: la credibilità. Lo dice in un’intervista a Il Foglio, Aldo Grasso, storico della televisione e commentatore per il Corriere della Sera.
“Comunque vada non è più credibile”
“Comunque finisca la vicenda, c’è un aspetto che viene prima e conta di più della stessa conduzione di un programma. Ranucci ha perso il suo bene maggiore, il bene più prezioso per uno come lui: ha perso la credibilità” dice Grasso. “Per il suo ruolo, e per il tipo di giornalismo che lui rappresenta – tribunizio, oracolare – la credibilità è davvero tutto. Ora non importa la risultanza dell’inchiesta su Lavitola, ma anche solo il fatto che il pubblico possa ritenere che si sia fatto plagiare, che non sia stato trasparente, è il peggior danno che si è in larga parte autoprocurato”.
“Il metodo Report? Una degenerazione”
Grasso parla anche di Report: “Io da anni dico apertamente che è il ‘metodo Report’ a non andare bene. E’ una anomalia giornalistica, una degenerazione di quello che è sempre stato il giornalismo d’inchiesta, fuori e dentro la televisione pubblica. Questa rivendicazione di ‘schiena dritta’, la pretesa di esser gli unici a difendere la ‘roccaforte dell’informazione indipendente’ è cattiva retorica. Soprattutto perché poi poggia su un metodo fatto di audio carpiti, di pedinamenti in video, di sottopancia che strillano ‘esclusivo’. Non è questo che certifica il giornalismo d’inchiesta. E’ invece una esibizione volgare di mezzi non sempre trasparenti che ora sta crollando. Quando rubi una telefonata di Sangiuliano con la moglie fai una mascalzonata. E basta“.
“La televisione gli ha dato alla testa”
Il critico del Corriere parla ancora di Ranucci: “La verità è che la televisione dà alla testa. Ti fa perdere la cognizione di te, del contorno. Diventi un altro, lo si è visto spesso. La prova del nove della pochezza sotto questo profilo di Ranucci per me è stata la lettura del suo libro. Al di là dei contenuti, è scritto malissimo, frasi fatte, psicologismi da telenovela, un ego non governato. Ripeto, il problema di Ranucci oggi non è Lavitola, questo è marginale, è che ha perso la sua credibilità”.
Il rimpianto per la tv di un tempo
Per Grasso, “Non c’è anche in questo il caso la possibilità di un trasloco alle reti private, a La7? “Al di là delle contingenze e valutazioni politiche, direi di no. Per un motivo strutturale. ‘Report’ è un programma pesante, necessita di una grande redazione, una cinquantina di persone, di tempi di produzione lunghi e di un solido ufficio legale interno a seguirne ogni inchiesta. Per una rete privata un costo impossibile. Ciò che invece bisogna purtroppo dire è che una trasmissione come ‘Report’, se non fosse diventata ciò che abbiamo detto, sarebbe stata davvero il classico programma informativo di servizio pubblico. Come appunto è stato il giornalismo d’inchiesta degli Zavoli, degli Zatterin, di Biagi. Ciò che la Rai di oggi non è in grado di produrre, ammesso che lo voglia fare”.
“Si è fatto blandire dai Cinquestelle”
“Lo posso dire ora perché lo avevo scritto da tempo-confessa Grasso a Il Foglio: la vera rovina di Ranucci non è Lavitola, è stata quando ha accettato di essere portato dai Cinque stelle, di farsi nominare vicedirettore, cioè costituendo per sé un potere interno, nella redazione e nell’azienda, quasi intoccabile. Dalla manleva alla tutela legale alla libertà di decidere praticamente senza contraddittorio”. “In televisione, l’informazione d’inchiesta ha sempre bisogno di un nome e di un cognome, di un volto. Ma quando quel nome e cognome perde il suo unico bene, la credibilità, inevitabilmente trascina con sé tutta la formula”.