L'Ue segue la rotta italiana
Migranti, l’Europa scopre il modello Meloni: dopo l’Albania spunta l’hub in Uganda
Prima era l’Albania e sembrava un’eresia. Adesso è l’Uganda e a discuterne sono cinque Paesi europei. Il vento sull’immigrazione è cambiato e, soprattutto, soffia nella direzione indicata da Giorgia Meloni.
Danimarca, Austria, Germania, Paesi Bassi e Grecia stanno infatti lavorando all’ipotesi di un hub in Africa per trasferirvi migranti irregolari destinati al rimpatrio. Il Paese scelto sarebbe l’Uganda e Copenhagen avrebbe già avviato i negoziati. È quanto emerge dall’articolo di Avvenire del 13 agosto, che racconta di un progetto capace di scuotere nuovamente il dibattito europeo sull’immigrazione.
La formula non è una fotocopia del protocollo Italia-Albania. Ma politicamente la parentela è evidente: portare fuori dai confini dell’Unione una parte della gestione dei migranti, rendere più veloci ed effettivi i rimpatri e spezzare l’automatismo secondo il quale chi riesce ad arrivare in Europa finisce quasi sempre per restarci. Esattamente il cambio di paradigma sul quale il governo Meloni ha investito fin dal suo insediamento.
I contestatori di ieri, gli imitatori di oggi
La storia ha un sapore paradossale. Quando Roma mise sul tavolo l’accordo con Tirana e i centri in Albania, dalle opposizioni e da una parte dell’Europa si alzò un muro di critiche. Il modello veniva presentato come impraticabile, troppo duro, incompatibile con la tradizione europea. Poi qualcosa è cambiato. Non solo perché il tema dei cosiddetti “return hub” è entrato nel lessico politico continentale, ma perché sono gli stessi governi europei a cercare soluzioni fuori dai confini dell’Unione.
La Danimarca, in realtà, si muove su questo terreno da tempo: già nel 2021 aveva approvato una legge che consentiva di trasferire richiedenti asilo in Paesi terzi e aveva guardato al Rwanda. Ora Copenhagen torna alla carica sull’Uganda e questa volta non è sola. Con lei ci sono Austria, Paesi Bassi, Grecia e soprattutto Germania.
Se anche Berlino cambia musica
Ed è forse proprio la presenza tedesca a raccontare meglio di qualsiasi dichiarazione quanto sia cambiata l’Europa. Berlino sta irrigidendo la propria politica migratoria e punta ad accelerare le espulsioni. Nell’articolo di Avvenire viene richiamata la linea del ministro dell’Interno Alexander Dobrindt e la volontà tedesca di rendere più efficace il sistema dei rimpatri.
Non è un dettaglio. Per anni all’Italia è stato spiegato che la risposta all’immigrazione irregolare non poteva passare dall’esternalizzazione delle procedure e da una politica più severa sui rimpatri. Adesso persino la Germania ragiona su strumenti che vanno esattamente in quella direzione.
Perché alla fine l’Europa si è scontrata con la realtà: una frontiera che non riesce a rimpatriare chi non ha diritto a restare è una frontiera che perde credibilità. E un sistema nel quale l’approdo equivale, nei fatti, a una permanenza quasi garantita diventa il migliore spot possibile per il business dei trafficanti.
Da Tirana a Kampala, la linea è cambiata
Albania e Uganda, va ribadito, non sono la stessa cosa. Diversi sono i progetti, diverse le procedure e diverso il quadro giuridico. Ma sarebbe altrettanto difficile non vedere il filo rosso che li unisce.
È l’idea che la politica migratoria europea non possa più esaurirsi nell’accoglienza di chi arriva. Che servano accordi con i Paesi terzi. Che le procedure possano essere organizzate anche fuori dal territorio dell’Unione. Che i rimpatri debbano smettere di essere una promessa scritta nei comunicati per diventare uno strumento realmente praticabile. In altre parole, è il terreno sul quale Meloni ha trascinato il confronto europeo con il modello Albania.
La premier italiana aveva puntato su un’intuizione politica precisa: spostare il dibattito dalla redistribuzione dei migranti alla prevenzione delle partenze e alla gestione delle frontiere esterne. Non discutere soltanto di come spartirsi gli arrivi, ma di come ridurli. Oggi quella impostazione non è più patrimonio della sola Roma.
Hub in Albania, ora in Uganda: Meloni fa scuola
Ed è qui che la vicenda dell’Uganda assume un significato che va ben oltre il progetto dei cinque Paesi. Il punto non è stabilire chi copierà alla lettera i centri italiani in Albania. Probabilmente nessuno, perché ogni governo costruirà strumenti compatibili con il proprio ordinamento e con le regole europee. Il punto è che l’Europa sta facendo propria la filosofia che c’è dietro quel modello.
Cooperazione con gli Stati extra-Ue, centri fuori dai confini comunitari, rimpatri più rapidi, maggiore controllo delle frontiere e deterrenza delle partenze illegali. Idee che ieri venivano bollate come la linea dura di Meloni e che oggi finiscono sui tavoli dei governi europei. La premier che doveva essere isolata si ritrova così nella posizione opposta: quella dell’apripista.
Prima Tirana. Ora l’ipotesi Kampala. Domani potrebbero arrivare altri accordi e altri “return hub”. Cambieranno nomi, formule e geografie. Ma una cosa è già cambiata: sull’immigrazione non è più Meloni a dover inseguire l’Europa. È l’Europa che, sempre più spesso, percorre la strada aperta dall’Italia.