L'escalation
Usa-Iran, settima notte di fuoco. Teheran risponde sulle basi americane, Hormuz diventa una trappola
Washington bombarda depositi e infrastrutture militari, i pasdaran rispondono contro basi e impianti strategici nel Golfo. Sospesi i voli in Kuwait, mentre Trump non esclude un’offensiva sulle coste iraniane
«Continueremo a ridurre le capacità militari iraniane». Il messaggio del Centcom (Comando centrale americano, ndr) arriva al termine della settima notte consecutiva di bombardamenti statunitensi contro l’Iran. Non è un annuncio di vittoria né l’apertura a una tregua: è la conferma che Washington intende proseguire l’offensiva, mentre Teheran allarga la rappresaglia agli alleati americani nel Golfo.
Una nuova escalation, a una settimana dal crollo del fragile cessate il fuoco che aveva temporaneamente interrotto i combattimenti. Gli ultimi raid statunitensi hanno colpito siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche militari, depositi sotterranei di armi e capacità navali. Sono stati impiegati caccia, droni e navi da guerra.
Il Comando centrale americano ha ricordato che oltre 50mila militari statunitensi sono schierati nella regione e restano «vigili, letali e pronti all’azione». Una formula scelta per escludere qualsiasi equivoco sulle intenzioni della Casa Bianca.
Impianti civili nel mirino
Le esplosioni hanno interessato diverse località della provincia meridionale di Hormozgan, affacciata sullo Stretto di Hormuz. Secondo i media iraniani, missili americani hanno colpito impianti elettrici e pompe di desalinizzazione nella zona di Jask, interrompendo la fornitura di acqua potabile a circa 10mila persone residenti in venti villaggi.
La televisione di Stato iraniana riferisce inoltre di tre morti e otto feriti, oltre al danneggiamento di ponti, tunnel e arterie stradali. Il giorno precedente sette persone sarebbero state uccise nei bombardamenti contro alcuni ponti a Bandar Khamir, dove sono stati colpiti anche una stazione ferroviaria e altri collegamenti strategici. Un aeroporto sarebbe stato attaccato a Iranshahr.
Il bilancio complessivo fornito dal ministero della Salute iraniano parla di almeno 38 morti e oltre 400 feriti dalla ripresa dei combattimenti. Dati e ricostruzioni che non possono essere verificati in modo indipendente.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha espresso preoccupazione per l’escalation e, in particolare, per il crescente coinvolgimento delle infrastrutture civili in Iran e negli altri Paesi della regione.
Il Kuwait sotto pressione
La risposta iraniana ha investito soprattutto il Kuwait. Le autorità hanno sospeso le operazioni all’aeroporto internazionale a causa delle ripetute minacce rappresentate da missili e droni, mentre le difese aeree sono state impegnate per ore nelle intercettazioni. Si tratta del secondo attacco contro strutture kuwaitiane di questo tipo nell’arco di due giorni.
Le Guardie rivoluzionarie hanno rivendicato di aver centrato un centro di supporto militare americano a Camp Arifjan e di aver distrutto un impianto radar nella base aerea di Ali Al Salem. In Bahrein, i pasdaran sostengono invece di aver preso di mira l’area della base di Sheikh Isa nella quale erano concentrati velivoli statunitensi, oltre a un centro per la raccolta e l’analisi di informazioni d’intelligence.
Teheran ha avvertito gli alleati regionali degli Stati Uniti che gli attacchi continueranno. Il messaggio è esplicito: chi mette a disposizione territorio, basi e infrastrutture per le operazioni americane deve attendersi una risposta.
Hormuz e lo spettro del Mar Rosso
La partita più pericolosa resta quella sul traffico marittimo. Washington sostiene di stare imponendo un blocco navale, mentre l’Iran afferma di aver attaccato alcune navi accusate di aver violato le disposizioni sulla navigazione nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali.
Il prezzo del greggio è aumentato venerdì di oltre il 4 per cento, raggiungendo il livello più alto da più di un mese. Un rialzo che aggiunge pressione politica su Donald Trump, mentre i repubblicani guardano alle elezioni congressuali di novembre.
Il presidente americano ha minacciato attacchi su vasta scala contro le infrastrutture iraniane e non ha escluso operazioni terrestri lungo le coste o sulle isole del Paese. Ma ogni nuovo passo rischia di spingere Teheran a colpire le infrastrutture vitali degli Stati del Golfo o di indurre gli Houthi a bloccare Bab el Mandeb, allargando la crisi al Mar Rosso.