Leader sinistri
«Sono pronto». Burnham prende il Labour e Downing Street: il nuovo premier parte dalla solita guerra alla Thatcher
Dopo la disfatta di Starmer, la nuova guida del Labour promette unità, più Stato e una rivoluzione economica. Ma su coperture e politica estera restano molte incognite
Esteri - di Alice Carrazza - 18 Luglio 2026 alle 09:45
«Sono pronto». Andy Burnham ha scelto due parole semplici per presentarsi al Regno Unito da nuovo leader del Labour e, da lunedì, da prossimo primo ministro. Al terzo tentativo, l’ex sindaco di Manchester è riuscito nell’impresa senza neppure affrontare un avversario: candidato unico, vittoria per acclamazione e strada spianata verso Buckingham Palace, dove re Carlo III gli affiderà l’incarico di formare il governo.
L’ultimo salvatore sinistro
Più che una corsa alla leadership, una processione d’incoronazione. Il Labour, reduce dal disastro delle amministrative del 7 maggio, aveva bisogno di cambiare volto in fretta e ha deciso di farlo sacrificando Keir Starmer. Il premier uscente aveva sperato di sopravvivere alla rivolta interna, ma i parlamentari laburisti, spaventati dall’avanzata di Nigel Farage, hanno preferito consegnare agli elettori il più tradizionale dei segnali di rinnovamento: cambiare il sommo capo e sperare che nessuno guardi troppo attentamente il resto.
Burnham ha colto l’occasione con perfetto tempismo. Ha lasciato Manchester, ha vinto la suppletiva di Makerfield, è entrato ai Comuni e nel giro di poche settimane si è ritrovato alla guida del partito e del Paese. Una scalata fulminea, aiutata dall’assenza di concorrenti credibili.
Burnham per la prima volta con la cravatta
Per il debutto da leader, il cinquantaseienne ha persino indossato giacca e cravatta, mettendo da parte la solita t-shirt con cui ama esibire la propria “normalità” sui social. Ha definito la sua elezione «il momento più importante del Labour negli ultimi quarant’anni». Umile, direbbe qualcuno…
Al centro del discorso: l’appello all’unità. Basta correnti, guerre intestine e regolamenti di conti, ha detto. L’importante è crederci. Burnham si è poi proclamato leader del nord, del sud, dell’est e dell’ovest, oltre che di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Dopo avere costruito per anni la propria immagine di tribuno del nord, ora ha deciso di allargare rapidamente il bacino elettorale anche agli altri punti cardinali.
La Thatcher, colpevole perfetta
Non poteva mancare l’assalto a Margaret Thatcher. Burnham ha denunciato «quarant’anni di neoliberismo» che non sarebbero stati gentili con milioni di britannici. La Lady di ferro, morta da tredici anni, continua così a esercitare una funzione indispensabile nella politica progressista: assumersi la colpe dei danni altrui.
Il nuovo leader promette la rivoluzione politica, economica e culturale. Nel menu compaiono edilizia popolare, rilancio dei servizi pubblici, investimenti nell’istruzione, più welfare, maggiore autonomia ai territori e possibili nazionalizzazioni delle aziende considerate inefficienti. La lista della spesa è già piuttosto dettagliata. Quella delle coperture, per ora, molto meno.
Burnham assicura di avere un piano. Ed è certamente una buona notizia, considerando che sta per guidare una potenza nucleare del G7. Resta soltanto da capire quale sia questo piano e, soprattutto, chi dovrà pagarlo.
I prossimi passi
Il primo indizio arriverà lunedì con la nomina del Cancelliere dello Scacchiere. Il nome più citato è quello di Shabana Mahmood, ministra dell’Interno apprezzata dall’ala moderata per la linea dura sull’immigrazione irregolare e proprio per questo poco amata dalla sinistra del partito. L’alternativa è Ed Miliband, paladino della decarbonizzazione e di una politica economica decisamente più interventista.
Dalla scelta dipenderà il messaggio inviato ai mercati. Burnham dovrà finanziare welfare, difesa, sanità, case popolari e autonomie locali senza aumentare le principali tasse sui lavoratori. Una quadratura del cerchio che il Labour annuncia spesso con grande entusiasmo e realizza con minore facilità.
Dai social a Downing Street
Restano poi l’Ucraina, la crisi della sanità, la disoccupazione giovanile e i rapporti con Donald Trump, al quale Burnham promette di parlare in modo «franco e diretto». Prima, però, dovrà archiviare la fase TikTok, fatta di latte versato nel tè, tifosi che abbandonano lo stadio e musica troppo alta sui mezzi pubblici.
L’algoritmo è stato conquistato. Adesso arriva la parte difficile: governare il Regno Unito senza poter attribuire ogni problema alla destra di Farage o, ancora una volta, a quella del passato.