Il libro
La Repubblica del “sofferto successo”: Quagliariello e Castellani indagano ottant’anni tra crisi e continuità
Nel saggio "Il Principe e la Repubblica. Potere e istituzioni in Italia dal 1943 a oggi" i due autori ripercorrono una storia fatta di compromessi, a partire dalla Costituzione materiale
L’intera vicenda della Repubblica italiana può essere letta come «la storia di un sofferto successo». Affermarlo a ottant’anni dal referendum che sancì la fine dell’esperienza sabauda e l’avvio del nuovo corso liberal-democratico potrebbe apparire una provocazione concettuale, o quasi. Ma Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani – ricorrendo all’immagine paradossale della fatica – intendono offrire un racconto che si pone fuori dalle sacralizzazioni di maniera e che, attraverso l’attenzione ai processi storici e politici, supera le letture semplificanti della narrativa repubblicana.
Un racconto fuori dalle sacralizzazioni di maniera
Con Il Principe e la Repubblica. Potere e istituzioni in Italia dal 1943 a oggi (LUISS University Press, 2026), gli autori si interrogano infatti su come le istituzioni italiane siano riuscite a sopravvivere e resistere nonostante le tante fragilità che ne hanno contraddistinto la nascita. Lo fanno partendo da un assunto metodologico preciso: la Costituzione non è soltanto la Carta promulgata nel 1948, ma un «organismo vivente», plasmato nel tempo dall’intreccio tra istituzioni, partiti, società, economia e vincoli internazionali.
Sullo sfondo si intravede la lezione di Costantino Mortati e della sua teoria della «Costituzione materiale», intesa come il concreto assetto dei rapporti tra i soggetti politici e istituzionali che dà vita all’ordinamento oltre il dato puramente formale. Una prospettiva che consente di guardare alla Repubblica come a una «democrazia imperfetta», ma capace di «non essere vinta dalle proprie crisi».
La storia della Repubblica fatta di «compromessi»
Si tratta di una storia complessa, quella repubblicana: fatta di «compromessi» e continue tensioni disgregatrici. Un racconto che, se non va riscritto, deve almeno essere riletto con lenti inconsuete. Il titolo dice già tanto. A partire dal richiamo al Principe, un debito intellettuale – peraltro dichiarato – nei confronti di Niccolò Machiavelli e Antonio Gramsci.
Attenzione, però: qui non si fa riferimento ad alcuna persona fisica, bensì a un «soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi». Questa funzione è stata per lungo tempo nelle mani dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, con la centralità della Democrazia cristiana e la sponda fondamentale del Psi e del Pci. Una volta dissolti, è stato il Capo dello Stato a divenire progressivamente il centro d’imputazione della stabilità dell’intera architettura istituzionale.
Le premesse imprescindibili
Ma nel titolo c’è anche dell’altro che, apparentemente, può apparire meno immediato. Il richiamo, cioè, al 1943, l’anno della crisi finale del fascismo, della fuga del Re e della rinascita dei partiti, prima ancora delle istituzioni. Sarebbe stato forse più scontato – visto l’anniversario a cifra tonda – riferirsi al 1946 oppure al 1948, anno della promulgazione della Costituzione, scritta tra i tanti compromessi delle forze politiche presenti alla Costituente.
«Se è vero che la Repubblica nasce il 2 giugno 1946, è ancor più vero che per capirne la storia non si può prescindere da quei mesi convulsi in cui l’Italia passò dall’anarchia istituzionale alla rinascita dei partiti, dalla tutela alleata alla scelta occidentale, dalla devastazione bellica alla ricostruzione economica», scrivono Quagliariello e Castellani. Starebbero lì le «premesse della storia repubblicana, che l’avrebbero influenzata nella lunga durata».
L’Italia di oggi «più robusta» e «più stabile»
Arriveranno la Guerra fredda, il terrorismo, il crollo del Muro, il collasso dell’Urss e la svolta della Bolognina, Tangentopoli, la discesa in campo di Silvio Berlusconi e il populismo del Movimento Cinque Stelle. Arriveranno anche l’integrazione europea e i suoi vincoli. Nonostante ciò, «la Repubblica è sopravvissuta grazie a un filo rosso di continuità istituzionale che merita di essere messo in luce senza più eccessive remore». E qual è il suo stato di salute? «Oggi, nel 2026, l’Italia – scrivono – appare più robusta sul piano economico e più stabile su quello politico rispetto ai momenti più acuti della crisi dell’euro e rispetto a molti altri Paesi europei».