La toppa è peggio del buco
Imam pagati dallo Stato: la Germania mette l’islam a carico dei contribuenti. Ecco il suicidio tedesco
Berlino vuole sottrarre le moschee all’influenza straniera, ma rischia di regalare al culto islamico cattedre, risorse e legittimità istituzionale
Esteri - di Alice Carrazza - 13 Luglio 2026 alle 17:17
La Germania prova a fermare l’islamismo finanziando la formazione islamica. È il paradosso sul quale Berlino ha deciso di costruire la propria strategia: sottrarre imam e predicatori all’influenza di governi stranieri, a cominciare dalla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, trasformandoli in figure riconosciute, formate e indirettamente sostenute dalle istituzioni pubbliche.
L’ultima tappa di questo esperimento è l’Università di Münster, che ha istituito una Facoltà autonoma di Teologia islamica, presentata come la prima inserita nella struttura di un ateneo pubblico europeo. Una scelta descritta dai promotori come una svolta accademica e culturale, ma che in realtà mette tutti davanti a una domanda: è davvero compito dello Stato finanziare la costruzione di una classe dirigente religiosa musulmana?
Il Corano entra stabilmente nell’università
Il nuovo organismo nasce dall’evoluzione del Centro di Teologia islamica attivo a Münster dal 2012. Dal primo luglio la struttura può operare come facoltà indipendente, conferire dottorati e abilitazioni, accedere più facilmente a fondi per la ricerca e formare insegnanti di religione, teologi e operatori destinati ai servizi sociali.
A guidarla sarà Mouhanad Khorchide, sociologo e teologo islamico austriaco, nominato decano fondatore. Il suo obiettivo dichiarato è promuovere un Islam «aperto, illuminato e moderno», compatibile, sempre a suo dire, con la democrazia.
Il problema è capire se basti un decreto universitario a cambiare equilibri dottrinali, appartenenze comunitarie e reti di influenza consolidate da decenni.
Nel 2027, inoltre, dovrebbe partire un corso magistrale dedicato a “Islam e lavoro sociale”, pensato per preparare personale da impiegare nell’assistenza ai giovani, negli ospedali e nelle strutture per anziani. L’islamizzazione non rimarrebbe così confinata alla formazione religiosa, ma entrerebbe stabilmente anche nei settori più delicati del welfare. Quelli che se assediati, metterebbero sotto scacco un’intera nazione.
La follia dell’imam di Stato
La strategia tedesca nasce da un problema reale. Per anni una parte consistente delle moschee è dipesa da organizzazioni straniere, tra cui la Ditib, legata alla Presidenza turca per gli Affari religiosi. Berlino tenta ora di ridurre questa dipendenza formando sul proprio territorio imam e docenti fedeli ai principi costituzionali tedeschi.
È la stessa logica che ha portato al finanziamento dell’Islamkolleg Deutschland —istituto per la formazione dei leader musulmani— di Osnabrück: creare un Islam nazionale, controllabile e amministrativamente integrato. Ma il progetto scontenta tutti. Le organizzazioni musulmane più ortodosse rifiutano l’ingerenza statale nella formazione religiosa; i difensori della laicità contestano invece l’impiego di denaro pubblico per consolidare strutture confessionali.
Lo Stato finisce così stretto nella contraddizione, rischiando di offrire ai suoi nemici proprio ciò che gli è mancato finora: risorse, riconoscimento e una presenza permanente nell’apparato pubblico.
Il contribuente paga, l’islam avanza
Il nuovo “Campus delle Religioni”, la cui apertura è prevista nel 2027, riunirà sotto lo stesso tetto teologia cattolica, protestante e islamica, insieme alle scienze religiose. Per la sinistra accademica non può che essere ancora simbolo di dialogo. Per i tedeschi è invece l’ennesimo smacco alla tradizione cristiana europea, equiparata ormai a tutte le altre.
Il fondamentalismo non si combatte distribuendo titoli e finanziamenti, ma controllando i flussi di denaro provenienti da fuori, chiudendo i centri irregolari, verificando ciò che viene predicato e pretendendo il rispetto senza condizioni delle leggi occidentali.