La controffensiva mediatica
Ilaria Salis veste i panni della vittima: «Non ho ricevuto la notifica e mi hanno considerata irreperibile, non vi sembra assurdo?»
Travolta dalle polemiche per la condanna per il licenziamento di due collaboratori «senza giusta causa», l'eurodeputata Avs se la prende con le procedure, lancia accuse pesanti contro i due lavoratori e minaccia querele contro i «diffamatori»
In risposta alla bufera che l’ha investita per la condanna in primo grado a risarcire con 300mila euro due collaboratori che per il tribunale sono stati licenziati senza giusta causa, Ilaria Salis tenta la controffensiva mediatica attraverso delle storie Instagram e un’intervista a Repubblica, in cui sostanzialmente si presenta come vittima su due fronti: quello del rapporto con i collaboratori licenziati, che in sintesi accusa di slealtà politica e professionale, e quello giudiziario, dove sembra addirittura adombrare una macchinazione procedurale che le avrebbe impedito di venire a conoscenza della causa e dunque di difendersi.
La versione di Ilaria Salis
Salis, che minaccia querele contro quelli che definisce i «diffamatori», è stata condannata in contumacia, non essendosi presentata al processo. Una circostanza, dice, dovuta al fatto che la notifica è stata recapitata al suo indirizzo di residenza in Italia, mentre lei è «spesso fuori». «E non ha mai controllato la cassetta della posta?», le chiede Viola Giannoli che firma l’intervista su Repubblica. «Certo, ma non ho trovato nulla. Quando l’ufficiale giudiziario è passato non ero in casa e dopo quel tentativo non ce ne sono stati altri», risponde Salis, che ha parlato della questione anche nelle storie Instagram, spiegando che, espletati tentativi di raggiungerla in questo modo senza successo, è scattata «la procedura per gli irreperibili».
«Non vi pare assurdo che un’eurodeputata, un personaggio pubblico sia considerata come se fosse irreperibile?», chiede Salis nel video, lamentando che la notifica poteva essere recapitata ai suoi indirizzi istituzionali. Da qui, ha spiegato ancora Salis, deriva il fatto che non si sia presentata in giudizio e, a caduta, che sia stata condannata, trovandosi nell’impossibilità di difendersi.
Il nodo della notifica
A sentenza emessa, però, con l’ufficiale giudiziario è andata meglio e il 4 maggio – «due mesi dopo» il pronunciamento del tribunale – è arrivata la notifica. Così Salis ha scoperto contestualmente della causa e del suo primo esito. «Stavolta allora la notifica è arrivata», fa notare ancora la giornalista di Repubblica. «L’hanno mandata alla stessa residenza, ma l’ufficiale giudiziario ha lasciato un avviso e sono andata a ritirarla», risponde Salis, che a qual punto ha presentato ricorso, «più di cento pagine per ricostruire in modo completo quel che non ho potuto dire in primo grado».
Le accuse nei confronti dei collaboratori
L’eurodeputata di Avs ha offerto quindi, sia via social sia via intervista, una sintesi della vicenda dal suo punto di vista. I due collaboratori «li conoscevo da molto, avevano seguito da vicino e per primi la mia vicenda in carcere a Budapest. Ma col tempo quel legame si è logorato fino a spezzarsi. Pensavo non avessero secondi fini e invece ho sempre più avuto l’impressione che volessero far pesare il loro ruolo per influenzare le mie decisioni». Quanto alla giusta causa, Salis sostiene che «c’erano state gravi inadempienze nel lavoro», come il fatto che «per settimane non rispondevano alle mail, nonostante fosse una delle loro principali attività».
Lei, aggiunge, ha «provato più volte a far presenti le criticità, ma col passare del tempo la situazione è diventata sempre più conflittuale. Non ci rivolgevamo più la parola e invece in politica il rapporto fiduciario è fondamentale». E, dunque, alla fine si è trovata senza scelta, anche perché «ho cercato un confronto, gli ho proposto di trovare una soluzione. Mi hanno risposto che c’erano due strade: continuare così o andare in tribunale». «A gennaio 2025 mi hanno detto che non erano possibili conciliazioni, che avrebbero contattato la stampa per rovinare la mia reputazione. Mi sono assicurata che non restassero senza sostentamento e ho chiuso», racconta ancora Salis a Repubblica, spiegando che «non è stata una scelta a cuor leggero, ma credo sia stata quella giusta per tutelare il mio mandato, le risorse pubbliche che mi sono affidate e le persone che rappresento».
La minaccia di querela nei confronto dei «diffamatori»
E, insomma, Salis, stando al suo racconto, si sarebbe trovata vittima due volte, schiacciata dai meccanismi della malagiustizia e della spregiudicatezza di collaboratori che le avrebbero rivolto una minaccia che, per come emerge dalle sue parole, fa venire alla mente finanche una sorta di tentativo di ricatto, mentre lei si preoccupava che «non restassero senza sostentamento». Dunque, sottolinea infine l’eurodeputata Avs, le richieste di dimissioni sono solo «una polemica meschina e strumentale» della destra e «da parte mia non ci sarà alcuna tolleranza verso mistificazioni di una vicenda usata stravolgendo la realtà e riportando informazioni parziali solo per diffamarmi».