Né scuse, né vicinanza
Il peso del silenzio di Lepore sulla guerriglia urbana di Bologna. Un agente ferito: “Da lui nemmeno una parola di solidarietà”
Parla uno dei 64 poliziotti rimasti feriti nella guerriglia urbana messa in atto a Bologna dagli antagonisti di sinistra. Il primo cittadino ha scelto di tacere e dimentica le forze dell’ordine coinvolte
Fa rumore il silenzio del sindaco Matteo Lepore sul bilancio dei feriti tra le forze dell’ordine, dopo le violenze messe in atto a Bologna dagli antagonisti di sinistra, dei collettivi e dei centri sociali. Sono 64 gli agenti finiti in ospedale e rimasti coinvolti negli attacchi e tra questi c’è anche Luca Calabrese, da 22 anni in servizio al Reparto Mobile .
Intervistato dall’agenzia di stampa Adnkronos l’agente non nasconde un velo di rammarico nel prendere atto che dal primo cittadino di Bologna non sia arrivata “nessuna solidarietà. A parte il post che ha scritto sulle due piazze diverse, non mi risulta. Sarebbero rimaste solo parole ma mi sarei aspettato, non dico le scuse, almeno una presa di posizione un po’ più netta e magari qualche parola di solidarietà”.
Una guerriglia urbana
Insieme alla giornalista dell’agenzia di stampa diretta da Davide Desario, Calabrese ha ripercorso quanto accaduto in una serata scandita da atti di devastazione, rabbia e violenza: “A Bologna è stata solo ed esclusivamente una guerriglia urbana. Quanto accaduto qualche giorno prima, pur nella sua tragicità, non può e non deve sfociare in violenza. La rabbia ci sta, da parte dei familiari in primis, ma tutto quello che è successo dopo è pura, semplice e gratuita guerriglia urbana”, ha detto. “Noi eravamo in in piazza Roosevelt, dove il corteo sarebbe arrivato – racconta l’agente, dirigente del Sap, il Sindacato autonomo di polizia – Inizialmente la situazione, seppur tesa, non lasciava ancora immaginare ciò che sarebbe accaduto di lì a breve. Anche perché la maggior parte delle persone che era davanti al corteo, mi riferisco probabilmente a familiari, amici, conoscenti o comunque membri della comunità del povero ragazzo morto, ci teneva tantissimo che non si degenerasse in atti di violenza“.
“Ci sono state infiltrazioni dei centri sociali”
“Purtroppo-continua Luca Calabrese-, quando poi si iniziano a infiltrare personaggi dei centri sociali o gruppetti di persone coi volti coperti dai cappucci neri e con in mano già bottiglie e quant’altro, questi prendono il sopravvento, come spesso accade”. Una scintilla, dice l’agente, scoppiata dai “soliti slogan. Da lì si è passati alle vie di fatto. Si sono avvicinati sempre più a noi, sono partiti calci, insulti e poi il lancio di qualsiasi cosa trovassero a loro disposizione, dalle bottiglie di vetro alle pietre, i cartelli stradali, le reti metalliche di un cantiere vicino, le biciclette, di tutto, con cui poi hanno fatto pure delle barricate. Solo io ho sparato oltre cinquanta lacrimogeni, ma la situazione era incontenibile. All’indomani dalla manifestazione e dagli scontri, il livello di violenza si è alzato e con questo l’astio nei confronti delle forze dell’ordine”.
“C’è un brutto clima contro di noi”
“Sono stato colpito più e più volte, soprattutto da sassi di medie e grosse dimensioni al ginocchio, alla spalla-dice Calabrese-. Imbracciavo anche il lancia lacrimogeni, anche quello è stato colpito, ma personalmente ho riportato contusioni al ginocchio e alla spalla – racconta – Sono più di 24 anni che sono in Polizia, di cui 22 passati tutti al Reparto di Bologna. Quindi situazioni del genere ne ho passate tante. Però non ci si abitua mai, perché anche al di là degli insulti, si sta sempre più alzando il livello di violenza contro le forze dell’ordine, e questo è il dato più preoccupante. Il clima è un bel po’ peggiorato. Stiamo vedendo scene che magari noi qui in Italia non eravamo ancora abituati a vedere. Il livello di scontro, di violenza da parte delle frange più estreme, si sta innalzando sempre più pericolosamente. Ci vuole sicuramente un passo indietro, maggiore buon senso a partire dalla politica fino all’ultima delle persone in tutto quello che si fa e soprattutto in tutto quello che si dice, perché poi ogni cosa che si fa e ogni cosa che si dice, soprattutto se si ricoprono certe cariche o si ha tanta visibilità, acquista una risonanza particolare e ognuno la può interpretare a proprio modo”.