Pensieri e parole
Federico Moccia si racconta: «La frase che avrei voluto dire ai miei genitori non l’ho mai pronunciata»
«Ai miei genitori avrei voluto dire: non avrei mai immaginato di essere stato così fortunato». Federico Moccia si emoziona quando ripensa alla famiglia. Nell’intervista al Secolo d’Italia lo scrittore parla anche delle parole che eliminerebbe dal vocabolario – da “apericena” a “daje” – e di quelle che vorrebbe sentire più spesso, come un semplice ma sempre più raro “ti voglio bene”.
Dal 24 al 26 luglio Federico Moccia sarà tra i protagonisti del Pop Corn Festival del Corto di Porto Santo Stefano, la manifestazione internazionale dedicata ai cortometraggi che quest’anno riunirà opere provenienti da Italia, Kazakistan, Inghilterra, Iran, Pakistan e Palestina. Lo scrittore e regista guiderà la giuria artistica della nona edizione, affiancato da professionisti del cinema, mentre tra gli ospiti è atteso anche l’attore Riccardo Rossi. (popcornfestivaldelcorto.it)
In occasione dell’appuntamento all’Argentario, Moccia si racconta al Secolo d’Italia in una conversazione insolita: un viaggio tra le parole che eliminerebbe dal vocabolario, quelle che vorrebbe sentire più spesso e i ricordi che hanno segnato la sua vita.
«Apericena? Una parola che rovina due cose bellissime»
Se dovesse cancellare un termine dal vocabolario, Federico Moccia non ha dubbi. «Apericena. L’aperitivo è una cosa, la cena è un’altra. Perché unirli in una parola che finisce per rovinare entrambi? La cena è un percorso, ha una sua costruzione, una sua bellezza.» Per spiegare il valore del convivio richiama persino Il pranzo di Babette, il capolavoro che racconta come il cibo possa cambiare gli stati d’animo e avvicinare le persone.
Tra le parole che eliminerebbe c’è anche “Daje”, espressione che, osserva con ironia, a Roma viene ormai usata continuamente «senza avere più un vero significato».
«Torniamo a dire “Ti voglio bene”»
Se alcune parole andrebbero archiviate, altre dovrebbero tornare protagoniste. La prima è una frase semplice, ma sempre meno pronunciata. «Vorrei che tornassimo a dire “ti voglio bene”. Non abbreviato in un messaggio con un “tvb”, ma detto davvero. È una frase che rafforza i rapporti, tra genitori e figli, tra amici, tra persone che si vogliono bene.»
Moccia invita anche a riscoprire il valore della nuova amicizia. «Pensiamo sempre agli amici di una vita, invece possiamo ancora sorprenderci incontrando persone nuove, capaci di regalarci affetto, disponibilità e umanità». Infine indica una parola che considera indispensabile. «Generosità. Oggi viviamo in una società in cui si ha paura perfino di accettare un aiuto da uno sconosciuto. Abbiamo perso fiducia gli uni negli altri».
Il cinema e il valore dell’identità
Da regista, Moccia sa bene quali siano le frasi che un cineasta non vorrebbe mai sentirsi rivolgere. «Mai dire a un regista: “Questo film dovresti farlo alla Martin Scorsese”. Ogni autore deve avere una propria identità».
E a un produttore cosa non va mai detto?
«”È un progetto troppo grande per lei”. Non va mai detto, anche se il più delle volte è vero».
Quando Vasco Rossi pronunciò “Tre metri sopra il cielo”
Tra i ricordi più intensi della sua carriera ce n’è uno che porta la firma di Vasco Rossi. «Durante un’intervista gli chiesero come si sentisse e lui rispose: “Mi sento tre metri sopra il cielo”. In quel momento capii che il titolo del mio libro era entrato nell’immaginario collettivo».
Il messaggio ai politici e quello mai detto ai genitori
Alla politica rivolge un appello tanto semplice quanto diretto. «Siate sinceri». L’ultima risposta è anche la più toccante. Alla domanda su quale frase avrebbe voluto pronunciare e non ha mai detto, Federico Moccia si emoziona.
«Ai miei genitori avrei voluto dire: “Non avrei mai immaginato di essere stato così fortunato”. Solo con il passare degli anni ci si rende conto che quella che sembrava normalità era, in realtà, qualcosa di straordinario».