Palinsesto
Paola Severini Melograni: «Caregiver e cure palliative, le battaglie di civiltà che l’Italia non può più rinviare»
“O Anche No” torna con una nuova stagione su Rai 3. La conduttrice: «Rafforziamo la squadra e coinvolgiamo sempre di più le persone con disabilità in prima persona»
Dopo un’estate trascorsa insieme al pubblico con “O Anche No Estate”, Paola Severini Melograni si prepara a tornare su Rai 3 con una nuova stagione di “O Anche No”, il programma dedicato all’inclusione, alla disabilità e ai diritti fondamentali. Un racconto che negli anni ha attraversato l’Italia dando voce a persone, famiglie e realtà territoriali e che riparte con nuovi protagonisti, nuovi reportage e alcune battaglie che il programma considera irrinunciabili: dai caregiver familiari alle cure palliative. “O Anche No Estate” sarà inoltre in replica questa notte alle 1.15 su Rai 3 e resterà disponibile su RaiPlay.
“O Anche No” torna con una nuova stagione. Dopo anni di racconto della disabilità e dei diritti, quali novità avete scelto di introdurre e quali saranno i temi sui quali concentrerete maggiormente l’attenzione?
«Tornerà con noi Rigivan “Rigi” Ganeshamoorthy, il nostro campione paralimpico, medaglia d’oro a Parigi 2024, e coinvolgeremo in prima persona una serie di nuovi attivisti del mondo della disabilità. Poi, squadra che vince non si cambia: rafforzeremo il gruppo che il nostro pubblico ha imparato a conoscere e ad amare. Ci sarà ancora Ivan Cottini, il grande ballerino con una malattia neurodegenerativa, che ci insegna come sia possibile mantenersi in forma anche in presenza di difficoltà fisiche e utilizzando una carrozzina. Continuerà a essere con noi Eraldo Affinati, uno degli scrittori più importanti del nostro Paese, con il quale affrontiamo i temi dell’adolescenza, del bullismo, dell’immigrazione e soprattutto della scuola. È lì che si forma la classe dirigente del futuro ed è lì che dobbiamo riuscire a trasmettere valori forti ai nostri ragazzi, soprattutto in un momento storico così difficile. Il rapporto con la disabilità può essere uno straordinario strumento educativo. Avremo ancora, e sempre di più, la “Posta dei sentimenti”, affidata a Daniela Iannone. Daniele Cardia continuerà invece con i suoi reportage dalla Sardegna: non soltanto la Sardegna d’estate, ma anche quella d’inverno. È appena stato nel carcere minorile dell’isola e ci racconterà questa realtà. E naturalmente ritroveremo i nostri inviati Mario Acampa e Riccardo Cresci, ormai diventati beniamini del pubblico. E come potremmo fare senza i Ladri di Carrozzelle? Saranno ancora con noi, così come Stefano Disegni con la sua vignetta finale. Sappiamo quanto il nostro pubblico sia legato a tutti questi protagonisti».
Uno degli speciali sarà dedicato ad Alex Zanardi, una figura che ha cambiato anche il modo di raccontare pubblicamente la disabilità. Cosa rappresenta oggi la sua storia e quale aspetto avete scelto di approfondire?
«Alex Zanardi è un mito per il nostro Paese e abbiamo deciso di partire proprio da uno dei simboli della sua storia: la bicicletta e, in particolare, l’handbike. In questi anni abbiamo raccontato molte esperienze legate alla possibilità di rendere lo sport e il movimento accessibili a tutti. Penso, per esempio, alle joëlette, speciali carrozzine fuoristrada che consentono anche alle persone con mobilità ridotta di percorrere sentieri e raggiungere luoghi, persino in montagna, che altrimenti sarebbero difficilmente accessibili. Per ricordare Alex Zanardi, che dopo aver perso entrambe le gambe ha trovato proprio nell’handbike una nuova straordinaria dimensione sportiva, abbiamo deciso di allargare lo sguardo fino all’Africa. Andremo in particolare in Nigeria, dove un gruppo di italiani è riuscito, attraverso la bicicletta e lo sport, a contribuire alla crescita del movimento olimpico e paralimpico del Paese. A questa storia dedicheremo uno speciale».
Il tema dei caregiver familiari è entrato con maggiore forza nell’agenda politica, ma le famiglie continuano a chiedere risposte concrete. Qual è, secondo lei, il passaggio che oggi non può più essere rinviato?
«Bisogna ripartire da zero e costruire una legge parlamentare, non governativa. Le nostre grandi leggi di civiltà – penso alla legge 104, alla legge 180 o all’amministrazione di sostegno – sono leggi parlamentari. Esistono temi che non devono conoscere steccati politici e quello dei caregiver familiari è certamente uno di questi. Tutti, ma proprio tutti, almeno una volta nella vita potremmo diventare caregiver oppure avere bisogno di un caregiver familiare. Tanto più in un Paese come il nostro, nel quale la famiglia continua, grazie a Dio, ad avere un ruolo fondamentale.Il Ddl elaborato finora, peraltro contestato dalla maggior parte delle associazioni, presenta a nostro avviso problemi profondi nell’impostazione e nell’organizzazione dei servizi. E, se anche entrasse pienamente a regime, riguarderebbe circa 52 mila famiglie rispetto ai milioni di persone coinvolte nel fenomeno. Una legge così importante, soprattutto in uno dei Paesi più anziani d’Europa, deve nascere superando gli steccati tra destra, sinistra e centro. Governo e opposizioni devono lavorare insieme, come si fa sulle grandi leggi di civiltà. Per questa legislatura purtroppo ritengo che non ci sia più tempo, nonostante l’enorme lavoro che era stato fatto per arrivare a un testo unico. Mi auguro però che chiunque sieda nel prossimo Parlamento metta questo tema tra le priorità assolute e costruisca finalmente un testo parlamentare condiviso».
Tra le battaglie che continuate a portare avanti c’è quella sulle cure palliative. Al di là delle norme esistenti, quanto pesa ancora la distanza tra i diritti riconosciuti sulla carta e la possibilità di accedere realmente alle cure sul territorio?
«Il nostro obiettivo è difendere il diritto di ogni persona a vivere e morire con dignità. E soprattutto garantire a chi vuole continuare a vivere, anche in presenza di gravissime difficoltà, la possibilità concreta di difendere questo diritto. Per questo continuiamo a raccontare le cure palliative. Lo scorso anno abbiamo realizzato uno speciale al quale siamo particolarmente legati e sappiamo che alcuni medici palliativisti lo utilizzano persino come strumento di formazione per infermieri e giovani medici. È qualcosa che ci riempie di orgoglio, perché significa che abbiamo realizzato un lavoro utile. Quest’anno torneremo sul tema e continueremo a batterci con ancora maggiore impegno. Non dobbiamo inoltre dimenticare la necessità di sostenere le famiglie, soprattutto nelle situazioni più dolorose e delicate, quando le cure palliative riguardano bambini piccoli e piccolissimi».
In questi anni “O Anche No” ha ricevuto 25 tra premi e riconoscimenti. Ma forse il risultato più difficile da misurare è quello culturale: secondo lei, quanto è realmente cambiato in Italia lo sguardo sulla disabilità e quali pregiudizi dobbiamo ancora superare?
«Sono molto orgogliosa dei 25 tra premi e riconoscimenti ricevuti. I premi hanno un senso e sono importanti perché rappresentano realtà, spesso territoriali, che ci dicono grazie, ci dicono “bravi” e soprattutto ci chiedono di continuare. Ci sono premi più famosi e altri meno conosciuti, ma per noi hanno tutti lo stesso valore perché sono stati assegnati con affetto da territori e comunità che hanno riconosciuto il nostro lavoro. In meno di sette anni “O Anche No” ha ricevuto 25 tra premi e riconoscimenti, alcuni anche internazionali. Sono riconoscimenti che non considero rivolti soltanto alla nostra squadra: sono premi alla Rai e alla funzione del Servizio Pubblico. Siamo consapevoli dell’importanza e dell’utilità del lavoro che svolgiamo. Non lo dico per orgoglio, ma sulla base di quello che abbiamo costruito in questi anni: un lavoro enorme, che ha attraversato tutto il Paese. C’è poi un aspetto al quale tengo particolarmente: noi rispondiamo a tutte le mail che riceviamo. Tutte significa tutte. È un impegno enorme, ma significa costruire un rapporto vero con le persone che ci seguono. Quanto ai pregiudizi, credo che oggi il punto fondamentale sia un altro: dobbiamo riuscire a trasformare le buone intenzioni in pratica. Non basta più parlare di inclusione. Bisogna farla».