Chi sono gli indagati
Alluvione Emilia-Romagna, 14 a rischio processo, il Pd trema. FdI: avevamo ragione, responsabilità evidenti
La narrazione secondo cui le devastanti alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna sarebbero state esclusivamente la conseguenza del cambiamento climatico viene pesantemente messa in discussione dagli sviluppi giudiziari. E il Pd trema. La Procura di Ravenna ha infatti chiuso le indagini sulle esondazioni che tra il maggio 2023 e il settembre 2024 hanno travolto Faenza e il bacino del Senio, individuando 14 persone a rischio processo e ipotizzando che il disastro sia stato aggravato da una lunga catena di omissioni, ritardi e carenze nella gestione del territorio.
La Procura di Ravenna: «Omissioni e negligenze hanno favorito le esondazioni»
Secondo la ricostruzione dei magistrati, coordinati dai pm Daniele Barberini e Francesco Coco, le esondazioni non sarebbero state provocate soltanto dagli eccezionali eventi meteorologici. Le indagini dei carabinieri e dei consulenti tecnici puntano invece il dito contro ritardi nella realizzazione delle opere idrauliche, manutenzione insufficiente, carenze organizzative e progettazioni rimaste incompiute.
Le contestazioni riguardano i reati di disastro colposo e reato di pericolo. Gli accertamenti si concentrano sulle alluvioni del 2-3 maggio 2023, del 16-17 maggio 2023 e del 18 settembre 2024, che hanno colpito Faenza, Borgo Durbecco e numerosi comuni della valle del Senio, tra cui Castel Bolognese, Solarolo, Cotignola e Bagnacavallo.
Chi sono i 14 indagati
Tra gli indagati figurano dirigenti regionali, funzionari della Protezione civile, dirigenti comunali, progettisti e amministratori di imprese coinvolte nelle opere di messa in sicurezza.
Tra i nomi compaiono gli allora dirigenti della Regione Monica Guida e Paolo Ferrecchi, i dirigenti della Protezione civile regionale Rita Nicolini, Marco Bacchini e Piero Tabellini, i dirigenti del Comune di Faenza Ennio Nonni e Lucio Angelini, oltre ai progettisti delle casse di espansione di Cuffiano Claudio Miccoli, Alberto Cervellati e Andrea Bezzi. Coinvolti anche gli amministratori delle società estrattive impegnate nel progetto delle casse di espansione, Patrizia Santomieri, Andrea Liverani, Alberto Rondinelli e Davide Cassani.
Le casse di espansione mai completate
Uno dei capitoli centrali dell’inchiesta riguarda proprio le casse di espansione del Senio a Cuffiano, opere progettate da tempo ma mai ultimate. Si tratta di infrastrutture considerate strategiche per contenere le piene del fiume e ridurre il rischio idraulico. Proprio la loro mancata realizzazione è uno degli aspetti sui quali si concentra l’attività investigativa della Procura.
De Pascale: «Rispetto per la Procura, rispondiamo con i cantieri»
Il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale ha invitato ad evitare strumentalizzazioni politiche. «Da parte mia non avete sentito polemiche in un anno e mezzo e continuerete a non sentirle», ha dichiarato, prendendo le distanze da quelli che ha definito «garantisti a colori alterni».
De Pascale ha dichiarato che alcune delle opere oggetto delle indagini sono le stesse sulle quali la Regione sta concentrando gli interventi, spiegando che i progetti hanno richiesto una revisione dopo eventi meteorologici «molto superiori a quelli per cui erano stati progettati». «Le Procure vanno sempre rispettate, così come le persone oggetto di indagine», ha aggiunto, ribadendo che la Regione intende «rispondere con i cantieri».
Fratelli d’Italia: «La Procura conferma quello che denunciavamo»
Le conclusioni dell’inchiesta hanno provocato una dura reazione da parte di Fratelli d’Italia. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ribadisce che l’indagine «conferma quello che stiamo sostenendo fin dai giorni immediatamente successivi all’alluvione». Secondo Bignami, gli eventi atmosferici furono certamente eccezionali, ma «le conseguenze sono state amplificate da una pessima manutenzione del territorio», attribuita all’incuria dell’amministrazione regionale.
Sulla stessa linea anche la deputata Alice Buonguerrieri, secondo cui «la Procura mette nero su bianco che il disastro è stato drammaticamente amplificato da una gestione del territorio deficitaria e da una manutenzione colpevolmente assente», parlando di «certificazione politica del fallimento di un’amministrazione che governa la Regione da decenni». Anche il deputato emiliano-romagnolo Mauro Malaguti afferma che gli sviluppi dell’inchiesta confermerebbero la tesi sostenuta da Fratelli d’Italia fin dall’inizio: «L’alluvione ha avuto esiti così disastrosi per un’inammissibile mancata manutenzione del territorio che, se ci fosse stata, avrebbe ridotto notevolmente i rischi».
“Gli eventi meteorologici non bastano a spiegare i danni”
La chiusura delle indagini non rappresenta una sentenza e dovrà ora essere eventualmente vagliata nel corso di un processo. Dalle contestazioni rese note emerge comunque che, secondo l’ipotesi accusatoria, gli eventi meteorologici estremi da soli non sarebbero sufficienti a spiegare l’entità dei danni, che sarebbero stati aggravati da omissioni, ritardi e opere di prevenzione rimaste incompiute. Sarà il giudice, nelle eventuali fasi processuali, ad accertare le responsabilità individuali degli indagati.