L'intervento
Consenso informato: una legge di civiltà che restituisce la scuola alle famiglie
La legge sul consenso informato non è un punto di arrivo, ma un primo, decisivo argine. Ribadisce un principio di libertà che il centrodestra ha il dovere di difendere e consolidare: la scuola educa insieme alle famiglie, mai contro di esse né alle loro spalle
L’approvazione definitiva in Senato del Ddl Valditara sul consenso informato in ambito scolastico, con 78 voti favorevoli e 38 contrari, segna un punto di svolta nel rapporto tra Stato, scuola e famiglia. Per la prima volta, l’ordinamento italiano riconosce in modo esplicito un principio che dovrebbe essere ovvio in ogni democrazia liberale: i genitori hanno il diritto di sapere in anticipo, e di autorizzare o meno, le attività che la scuola propone ai loro figli su temi delicati come la sessualità e l’affettività.
Va dato atto al ministro Giuseppe Valditara di aver avuto il coraggio politico di farsi promotore di un provvedimento osteggiato con asprezza, raccogliendo e dando voce alle istanze di centinaia di migliaia di famiglie italiane. E va riconosciuto al Governo Meloni di aver fatto della libertà educativa una priorità concreta, traducendola in legge dello Stato. Non si tratta di una norma confessionale né di un atto di chiusura culturale, come una certa propaganda vorrebbe far credere. Si tratta dell’applicazione concreta dell’articolo 30 della Costituzione, che assegna ai genitori il diritto e il dovere di educare i figli, e dell’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che riconosce alle famiglie una priorità nella scelta del tipo di educazione da impartire. La scuola pubblica ha un ruolo fondamentale e insostituibile, ma sussidiario: non può sostituirsi alle famiglie sulle questioni che toccano la coscienza e l’intimità dei minori.
La legge interviene su un’emergenza reale, non immaginaria. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di attività extracurriculari condotte da associazioni politicizzate e ideologizzate, che hanno avuto accesso alle aule senza che le famiglie ne fossero pienamente informate. Si pensi al caso del Municipio XII di Roma, dove con fondi pubblici sono stati distribuiti, perfino in una scuola dell’infanzia, libri che veicolavano ai bambini l’idea che sia possibile “avere due mamme e due papà”. O ancora al convegno sulla cosiddetta “pedagogia queer” finanziato dalla Regione Toscana, che invocava una “didattica trans-affermativa” e bollava i manuali scolastici come “etero-cis-patriarcali”. Casi che hanno legittimamente allarmato migliaia di genitori, e che spiegano perché quasi 65.000 cittadini abbiano sottoscritto la petizione promossa da Pro Vita & Famiglia a sostegno del provvedimento.
Il testo approvato non vieta l’educazione sessuale contenuta nei libri ordinari di biologia, vieta invece che, sotto l’etichetta rassicurante di “educazione affettiva”, entrino in classe contenuti ideologici estranei alla missione formativa della scuola. Per le scuole dell’infanzia e primarie tali attività sono escluse; per gli ordini superiori è introdotto l’obbligo di informativa preventiva e di consenso, con garanzia di attività alternative per chi non partecipa.
Resta ora il compito più difficile: vigilare sull’attuazione. Già si registrano annunci, da parte di alcuni docenti e attivisti, di voler aggirare la norma riconfezionando gli stessi progetti sotto diverse etichette curricolari. Per questo sarebbe opportuno che il Governo istituisse un osservatorio permanente sul consenso informato, capace di monitorare l’applicazione della legge e intervenire nei casi di violazione.
La legge sul consenso informato non è un punto di arrivo, ma un primo, decisivo argine. Ribadisce un principio di libertà che il centrodestra ha il dovere di difendere e consolidare: la scuola educa insieme alle famiglie, mai contro di esse né alle loro spalle.
*Vicepresidente Pro Vita & Famiglia