Storia di una diva
Cent’anni dalla nascita di Marilyn Monroe, il sorriso smagliante e tormentato della massima icona pop di Hollywood
Marilyn Monroe ha incarnato il ruolo dell'attrice desiderata da tutti gli uomini americani degli anni '50 e '60. Era anche un modello per le donne, che cercavano di assomigliarle senza invidia. Il sorriso rassicurante del cinema californiano
Ricorrono oggi i cento anni di Marilyn Monroe. Il 1° giugno 1926 venivs al mondo Norma Jeane Mortenson, a Los Angeles, una delle dive americane più famose al mondo. Tutt’ora il mondo continua a chiamarla Marilyn Monroe, con il suo pesudonimo. Non si tratta semplicemente di un nome d’arte riuscito, ma la prova di un fenomeno rarissimo: la trasformazione di una persona in un simbolo universale. Marilyn non fa semplicemente parte della storia del cinema, né della cultura popolare del Novecento.
La sua immagine è patrimonio di un immaginario collettivo, in quella zona misteriosa in cui convivono desiderio, malinconia, bellezza e tragedia. Ci sono ste poche figure del secolo scorso che hanno saputo rappresentare così bene le contraddizioni della modernità: l’innocenza e l’erotismo, la vulnerabilità e la potenza mediatica, la ricerca disperata d’amore e l’impossibilità di trovarlo. A cent’anni dalla nascita, Monroe è ovunque: nelle fotografie moltiplicate all’infinito, nelle citazioni artistiche, nei musei, nelle aste milionarie, nelle serie televisive, nelle magliette stampate e nei social network. La sua non è stata una vita semplice e lo dimostrano ampiamente i suoi racconti personali.
La vita di Marilyn e il sorriso lucente oltre ai drammi
La storia di Marilyn comincia infatti nella precarietà. Figlia di Gladys Monroe, cresciuta senza un padre riconosciuto, forse Stanley Gifford, collega della madre presso la Consolidated Film Industries. Norma Jeane ha passato l’infanzia tra famiglie affidatarie, orfanotrofi e case temporanee. La madre, che era affetta da gravi disturbi psichici, fu ricoverata quando lei era ancora molto piccola. La futura diva ha imparato presto cosa volesse dire sentirsi di troppo, non appartenere a nessun luogo, vivere nella paura di essere nuovamente respinta. Tanti anni più tardi, nelle interviste, avrebbe raccontato episodi traumatici, abusi, umiliazioni e la sensazione costante di essere invisibile. Insomma, ciò che emergeva era un nucleo profondo di una solitudine che la accompagnò sempre, anche quando il mondo intero sembrava bramarla intensamente.
Nel 1942, appena sedicenne, sposò Jim Dougherty, un giovane operaio che sarebbe dovuto partire per la guerra nel Pacifico. Fu un matrimonio di tutela più che d’amore, una prova per trovare la stabilità che non aveva mai conosciuto. Due anni dopo, mentre il marito era al fronte, Norma Jeane lavorava in una fabbrica di paracadute. Fu lì che avvenne il primo miracolo della sua vita: un fotografo inviato per documentare il contributo femminile allo sforzo bellico notò quella ragazza dai capelli castani e dal sorriso lucente. La macchina fotografica sembrò capì da subito ciò che Hollywood avrebbe compreso poco dopo: il volto di Norma Jeane possedeva qualcosa di irripetibile.
La carriera da modella
Iniziò la carriera da modella e imparò velocemente a stare davanti all’obiettivo. Non era soltanto bella, aveva anche un’intelligenza istintiva dell’immagine. Sapeva come inclinare il viso, come suggerire vulnerabilità senza perdere la seduzione e trasformare la sua posa in una narrazione. I fotografi capirono che quella ragazza riusciva a oltrepassare la fissità delle immagini. Sembrava viva anche nell’immobilità. Nel 1946 arrivò il contratto con la 20th Century Fox. In quel momento Norma Jeane diventò Marilyn Monroe. Un nuovo nome, capelli schiariti, una voce costruita come un soffio sensuale, la camminata che oscillava e che era destinata a entrare nella leggenda. Hollywood stava creando il proprio sogno dai capelli biondi.
Nonostante tutto, a Marilyn non interessava essere un corpo da esibire. Dietro l’immagine della ragazza pin-up si celava una fame autentica di cultura e riconoscimento artistico. Studiava recitazione, leggeva, frequentava anche corsi teatrali all’Actors Lab di Los Angeles. Era impaurita dall’idea di apparire stupida. La sua insicurezza culturale si trasformò quindi in una ferita costante. Chi la incontrava restava spesso sorpreso dalla distanza tra il personaggio pubblico e la donna reale: timida, ansiosa, vulnerabile, ossessionata dal bisogno di essere presa sul serio.
Marilyn Monroe e la carriera nel cinema
I primi ruoli furono brevi apparizioni. Poi arrivarono due film fondamentali nel 1950: “Giungla d’asfalto” di John Huston e “Eva contro Eva” di Joseph L. Mankiewicz. Bastarono pochi minuti sullo schermo per renderla indimenticabile. In “Giungla d’asfalto” era Angela, amante sensuale e infantile di un avvocato corrotto; in “Eva contro Eva” interpretava una giovane attricetta inconsapevolmente comica. Hollywood aveva trovato la propria creatura perfetta: una donna capace di apparire contemporaneamente ingenua e pericolosa, candida e provocante.
Negli anni successivi, però, Marilyn rischiò di diventare prigioniera della propria immagine, con i produttori vedevano in lei soprattutto la “bionda svampita”. La sua non era una sensualità aggressiva e fu questo l’elemento importante del suo successo. Lei permetteva agli uomini di desiderarla senza sentirsi minacciati, e alle donne di identificarsi senza percepirla come distante. Era insieme una bellezza incredibile e la ragazza della porta accanto.
La vera consacrazione definitiva
Nel 1953 avvenne la consacrazione definitiva. “Niagara” la trasformò in una dark lady esplosiva e inquietante: l’abito rosso, la celebre camminata ripresa da dietro, con un magnetismo incredibile. Nello stesso anno uscirono “Gli uomini preferiscono le bionde” e “Come sposare un milionario”, che fissarono per sempre il suo personaggio pubblico. In “Gli uomini preferiscono le bionde”, accanto a Jane Russell, Marilyn raggiunse la perfezione comica. Lorelei Lee, cacciatrice di milionari tanto superficiale quanto lucidissima, era una caricatura intelligente dell’America consumista. Quando canta “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”, avvolta nel celebre abito rosa shocking, il cinema entra nella mitologia.
Eppure, mentre il mondo rideva e si innamorava, Marilyn continuava a sentirsi inadeguata. Non sopportava la superficialità con cui gli studios la trattavano. Voleva ruoli drammatici, personaggi complessi, possibilità di crescita artistica. I conflitti con la Fox si fecero sempre più aspri. Nel frattempo, la sua vita privata diventava materiale da tabloid.