Nell'Olimpo del pallone
Ancelotti alla scoperta dell’America: da ct del Brasile porta l’orgoglio tricolore ai Mondiali
Il ct della nazionale verdeoro apre l’avventura iridata contro il Marocco di Hakimi. Gli Azzurri non ci sono, ma sulla panchina verdeoro resta un pezzo d’Italia
Sport - di Alice Carrazza - 13 Giugno 2026 alle 19:57
La prima immagine del Brasile di Carlo Ancelotti al Mondiale non arriva ancora dal campo, ma dalla sala stampa. Alla vigilia dell’esordio contro il Marocco, oggi a mezzanotte nel New Jersey, il nuovo commissario tecnico della Seleção ha scelto una frase da allenatore navigato più che da debuttante: “La paura è una parte importante della vita… perché se non hai paura e appare un leone, potresti pensare che sia un gatto”. Risate in sala, messaggio chiaro allo spogliatoio: il Brasile parte favorito, ma non può permettersi leggerezze. È il primo Mondiale di Ancelotti da ct, la prima grande prova dentro un universo che non vince dal 2002 e che vive ogni torneo come una resa dei conti con la propria storia. «Sono molto ottimista e siamo ben preparati per il Mondiale», ha detto l’allenatore emiliano, consapevole della portata dell’incarico: «È una nuova esperienza, la responsabilità è qualcosa di speciale. Rappresentare il paese del calcio… e la nazionale più titolata del mondo. Due cose: responsabilità e impegno. È un momento bellissimo della mia storia».
L’Italia guarda da fuori, ma c’è ancora
La Nazionale italiana non c’è. Per la terza volta consecutiva gli azzurri restano fuori dal Mondiale, ferita sportiva che ormai non può più essere archiviata come incidente. Eppure un pezzo d’Italia è dentro il torneo, e non in una posizione laterale: sta su una delle panchine più influenti del calcio mondiale. Ancelotti porta il suo accento emiliano dentro il Brasile, cioè dentro il Paese che più di ogni altro pretende di riconoscersi nella Coppa.
Non è un dettaglio. È il segno di una scuola tecnica che continua a esportare competenza anche quando la Nazionale non riesce più a qualificarsi. L’Italia non gioca il Mondiale, ma alcuni dei suoi allenatori lo attraversano da protagonisti. Ancelotti con il Brasile, Montella con la Turchia, Cannavaro con l’Uzbekistan.
La memoria lunga di Carletto
Ancelotti, del resto, non arriva al Mondiale da turista di lusso. Dentro questa avventura brasiliana si porta dietro una biografia calcistica che ha già incrociato più volte la storia della Coppa. Prima ancora delle panchine, c’è il campo: il Parma lo lancia, ma è la Roma a trasformarlo in un giocatore da grande calcio. In giallorosso compie un percorso di otto anni che lo porta da matricola al debutto in Serie A a capitano, titolare in Nazionale e uomo di fiducia di una squadra entrata nella memoria romanista: lo scudetto del 1983, le Coppe Italia, la finale di Coppa dei Campioni del 1984 vissuta da assente forzato per infortunio, dentro uno spogliatoio di personalità fortissime, da Falcão a Bruno Conti, da Pruzzo a Di Bartolomei. Poi il Milan di Sacchi, dove Ancelotti diventa il centro di gravità di una rivoluzione tattica. Due Coppe dei Campioni da calciatore, poi la seconda vita da allenatore, da Parma al Real Madrid passando per Juventus, Milan, Chelsea, Paris Saint-Germain, Bayern Monaco, Napoli ed Everton. Con il Milan ha vinto due Champions League da tecnico; con il Real Madrid ha firmato la Decima e ha allargato ancora il proprio primato europeo. Ora il passaggio più insolito: un italiano chiamato a curare il Brasile, non a batterlo. Una storia che sembra un contrappasso calcistico e invece è il riconoscimento più alto a una scuola, quella italiana, che resta ancora nell’Olimpo del pallone.
Il Brasile secondo Ancelotti
Sul campo, la Seleção non sarà soltanto talento offensivo e strappi individuali. Ancelotti ha già indicato la misura del suo Brasile: «La cosa più importante sono i gol segnati e i gol subiti», ha spiegato. Una frase da tecnico italiano, nel senso più concreto del termine: equilibrio, gestione dei momenti, capacità di non farsi portare fuori partita.
Contro il Marocco a mezzanotte servirà esattamente questo. Non solo Vinicius, Raphinha e la qualità negli ultimi trenta metri, ma distanze corte, coperture preventive, attenzione al game. «Sono una squadra molto ben organizzata, con qualità in ogni aspetto. Dobbiamo giocare una partita completa; non possiamo dimenticare nulla», ha avvertito Ancelotti.
Hakimi non abbassa lo sguardo
Dall’altra parte Achraf Hakimi ha scelto la linea della fiducia. «Noi tutti conosciamo la Nazionale brasiliana, conosciamo le qualità di Vinicius. Ho già giocato molte volte contro di lui ed è un grande giocatore», ha detto l’esterno del Paris Saint-Germain. Ma il Marocco non pensa di difendersi solo con un duello sulla fascia: «Per difendere Vinicius e gli altri giocatori del Brasile, che sono tutti di altissimo livello, bisogna difendere come squadra, con idee chiare».
Poi la rivendicazione, quasi una risposta al peso massimo della Seleção: «In Africa ci chiamano i “brasiliani d’Africa”. Siamo giocatori di talento e abbiamo i nostri punti di forza». Il Marocco sa di partire dietro nel pronostico, ma non dentro la partita.
Il primo esame
È questo il punto della notte del New Jersey. Il Brasile inaugura il suo Mondiale, Ancelotti inaugura la sua vita da commissario tecnico, l’Italia osserva da lontano cercando almeno un riflesso di sé. La Seleção vuole la sesta stella, ma il cammino comincia da una trappola vera: una squadra organizzata, fisica, veloce, con qualità europea e orgoglio africano.