Generazione "atomica"
Altro che il “no grazie” dei comunisti: ai giovani il nucleare piace e più di sei su dieci chiedono la svolta
Per gli under 35 l’atomo non è più un tabù, ma una possibilità concreta di lavoro, ricerca e autonomia energetica
Politica - di Alice Carrazza - 6 Giugno 2026 alle 16:31
Ai giovani piace il nucleare. O almeno non fa più paura come alle generazioni che hanno vissuto Chernobyl, i referendum, le campagne del “no grazie” — anche attuali come quella di Rifondazione comunista — e una lunga stagione di diffidenza verso l’atomo. Oggi il quadro sta cambiando. Secondo l’indagine di Futuri Probabili, centro studi presieduto da Luciano Violante, e della Fondazione Olitec, il 59,1% degli italiani si dice favorevole al nucleare. Ma il dato più rilevante arriva dagli under 35: il consenso raggiunge il 64,1% tra i 18 e i 24 anni e il 65,3% tra i 25 e i 34 anni. È qui che la questione energetica diventa anche questione generazionale. Perché i giovani non guardano al nucleare soltanto come a una fonte di energia. Lo collegano a lavoro, ricerca, competenze, tecnologia, industria. Lo vedono come una possibile risposta a un Paese che forma ingegneri, fisici, tecnici e specialisti nelle discipline Stem, ma troppo spesso non offre loro una filiera nazionale in cui crescere. Tra le generazioni più âgées è quasi un fifty-fifty: i favorevoli sono il 48,6% tra i 55 e i 64 anni e il 45,9% tra gli over 65. Il sostegno, intanto però, cresce.
Dalla paura alla competenza
Luciano Violante interpreta il mutamento come il risultato di una percezione più concreta delle ricadute industriali e occupazionali. «Un motivo risiede nel fatto che sono andate via via scomparendo le memorie riguardanti le vecchie sciagure. Ma quello che colpisce è lo sviluppo in termini di lavoro che il nucleare nei prossimi anni potrà consentire. Esisteranno 40 professioni nuove legate a questo comparto industriale».
È una frase che sposta il discorso sul terreno delle competenze. Il nucleare, nella lettura dei più giovani, non è soltanto una tecnologia da accettare o respingere. È un sistema di mestieri, conoscenze e responsabilità. Servono figure esperte da inserire in una catena lunga, che non riguarda solo la produzione di energia, ma anche la ricerca, la medicina nucleare, la componentistica, la diagnostica, la gestione dei materiali, la simulazione, i controlli e la sicurezza.
Le proiezioni contenute nell’indagine indicano, al 2040, 11.600 impieghi per tecnici, 13.800 per ingegneri, fisici, chimici e specialisti di radioprotezione nucleare, 6.800 per ingegneri di controllo, supervisori di turno, progettisti senior ed esperti di qualità nei processi nucleari, oltre a 1.800 posizioni per direttori, dirigenti e capi ingegneri. Numeri che danno sostanza a un passaggio spesso evocato ma raramente affrontato fino in fondo: la transizione energetica non si regge solo sugli impianti, ma sulle persone in grado di progettarli, gestirli e renderli sicuri. Ed è qui che emerge tutta la contraddizione della sinistra: ogni giorno lamenta la “fuga di cervelli”, la precarietà, l’assenza di opportunità. Poi, quando si apre a una filiera capace di creare occupazione stabile e altamente qualificata, cosa fa? Si mette di traverso. Sempre contro, anche davanti a una prospettiva concreta di sviluppo.
Il nodo dei talenti italiani
L’Italia forma già competenze scientifiche e tecniche di alto livello. Nei politecnici, nelle università, nei laboratori e nei centri di ricerca crescono ogni anno studenti specializzati e che, in molti casi, poi sono costretti a guardare all’estero per professioni più coerenti con i propri percorsi. Non esiste ancora un censimento pubblico unico che dica quanti giovani italiani specializzati in ambiti nucleari siano costretti a lasciare il Paese per lavorare in una filiera assente o troppo debole. Ma il problema è evidente. Se un ragazzo studia fisica nucleare, se una ragazza si forma in ingegneria energetica, se un tecnico acquisisce competenze in radioprotezione o controllo degli impianti, la domanda non può essere rinviata: dove troveranno lavoro?
Il tema non riguarda soltanto le centrali. Riguarda l’intera catena del valore. Dalla progettazione alla sicurezza, dalla ricerca sui reattori di nuova generazione alla gestione delle scorie, alla formazione dei tecnici, fino alle applicazioni industriali. Senza una strategia nazionale, il rischio è che il Paese continui a investire nella formazione di competenze che poi maturano altrove, contribuendo alla crescita di sistemi energetici e industriali stranieri. Questo non è ciò che il governo Meloni vuole.
La scuola come primo cantiere
È così che assume rilievo il progetto annunciato dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: introdurre negli istituti tecnici percorsi formativi sull’energia nucleare. L’obiettivo è costruire conoscenze già nell’ultimo ciclo scolastico, preparando studenti e imprese a una filiera che, se avviata, avrà bisogno non solo di laureati, ma anche di tecnici qualificati, manutentori, operatori, esperti di sicurezza e figure intermedie ad alta specializzazione.
È un passaggio decisivo, perché il consenso senza formazione rischia di restare opinione. La disponibilità culturale dei giovani deve trovare ora sbocchi concreti.
La sfida che viene dopo il consenso
Serve, dunque, una discussione pubblica più informata, capace di distinguere tra paure legittime, vecchi riflessi ideologici e dati tecnici. Serve anche riconoscere un fatto spesso dimenticato: l’Italia il nucleare continua a utilizzarlo indirettamente, importando energia da Paesi che lo producono, a cominciare dalla Francia. La differenza è che oggi una parte consistente delle nuove generazioni chiede di non limitarsi a comprare energia e competenze fuori dai confini nazionali.
Il dato degli under 35 dice che l’atomo è tornato nel campo delle possibilità. Non come soluzione unica ai problemi energetici del Paese, ma come componente di una strategia più ampia, accanto alle rinnovabili, all’efficienza, alla ricerca e alla sicurezza.