Le ossessioni del Professore
“Siamo solo dei servi”: l’ultimo delirio anti-italiano di Prodi con attacco finale agli elettori di destra
Il Professore è tornato a impartire le sue lezioncine: Romano Prodi torna infatti a parlare e il risultato è il solito mix di paternalismo, catastrofismo e nostalgia per un mondo in cui decidevano sempre gli stessi. Dal palco del Festival dell’Economia di Trento, il “Professore” si è lanciato nell’ennesima predica contro Trump, la destra, la tecnologia e – sottinteso – gli elettori che non la pensano come lui.
Prodi, l’amico di Pechino, lancia l’accusa: siamo servi…
«Ci comportiamo come servi di fronte a Trump», dice Prodi. Curioso sentirlo da uno dei simboli dell’europeismo che per decenni ha inginocchiato l’Italia ai diktat di Bruxelles e della finanza globale. Senza dimenticare le sue relazioni speciali con la Cina. L’uomo che ha accompagnato l’ingresso nell’euro svendendo sovranità e pezzi di industria nazionale oggi scopre improvvisamente il problema della subordinazione internazionale. Un po’ tardi.
Ma il capolavoro arriva sul voto elettronico e l’intelligenza artificiale. «Bisogna votare con la matita», ammonisce il Professore, spiegando che con le nuove tecnologie «si può governare il mondo in modo drammatico». Sembra il nonno terrorizzato dal bancomat che mette in guardia i nipoti contro Internet. Nel 2026 Prodi combatte ancora la sua personale guerra contro il futuro, come se la modernità fosse una minaccia da fermare con carta, timbro e cabine elettorali anni Settanta.
Naturalmente non poteva mancare l’ossessione della sinistra radical chic: Roberto Vannacci. «Con Vannacci figuriamoci come evolverà la situazione», sospira l’ex premier con il tono di chi annuncia l’arrivo delle cavallette. È il solito riflesso condizionato dell’élite progressista: se milioni di italiani votano a destra, allora il problema non è la sinistra che ha fallito tutto, ma gli italiani stessi che non capiscono.
Prodi e la sua lezioncina sul rischio per la democrazia
Poi Prodi prova anche a recitare il ruolo dell’analista politico. Il governo Meloni? «Più debole di tre mesi fa». Però – ammette lui stesso – l’opposizione resta inconsistente. Traduzione: la sinistra continua a perdere, ma spera che il governo inciampi da solo. Una strategia brillante, infatti gli elettori la stanno premiando… al contrario.
Il delirio raggiunge il culmine quando l’ex presidente della Commissione europea paragona il movimento Maga all’Afd tedesca e all’“estrema destra italiana”. Per Prodi tutto ruota attorno al peccato originale dell’identità: guai a difendere confini, cultura o interessi nazionali. Chiunque lo faccia diventa automaticamente un pericolo per la democrazia. È la vecchia arroganza globalista: i popoli possono votare, purché votino bene.
E mentre impartisce lezioni sul “rischio per la democrazia”, il Professore evita accuratamente di interrogarsi sul disastro politico e sociale lasciato in eredità da quella classe dirigente europeista di cui lui è stato uno dei principali architetti. Quella che ha aperto le frontiere, impoverito il ceto medio, svuotato la politica e poi si scandalizza se i cittadini si ribellano.
Alla fine resta l’immagine di un Prodi fuori tempo massimo: spaventato dalla tecnologia, ossessionato dalla destra e incapace di capire perché il suo mondo non convinca più nessuno fuori dai salotti progressisti.
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