La rabbia spagnola
Sánchez, addio mito progressista: 120mila in piazza a Madrid contro il «governo corrotto». Elly, perché stavolta non parli?
Da Plaza de Colón alla Moncloa, la protesta contro il Psoe travolge il racconto consolatorio sul premier socialista. E in Italia chi a sinistra lo celebrava scopre l’arte di guardare altrove
Il santino progressista di Elly Schlein è caduto e a Madrid lo hanno calpestato in quarantamila. Pedro Sánchez, il premier socialista che una parte della sinistra italiana continua a esibire come certificato di superiorità morale del progressismo europeo, ha incassato il verdetto della piazza. Anzi, per onestà, bisogna dire una vera e propria marcia: partita da Plaza de Colón e arrivata all’Arco di Moncloa, con bandiere spagnole, cartelli contro il «governo corrotto» e una richiesta: dimissioni ed elezioni anticipate.
«Sánchez, la corruzione ha un prezzo»
«La corruzione ha un prezzo, basta impunità, elezioni subito», recitava lo striscione d’apertura della «Marcia per la dignità», convocata da Sociedad Civil Española e sostenuta da Vox e Partito popolare. Secondo la prefettura di Madrid i manifestanti erano a migliaia; per gli organizzatori centoventimila. I numeri possono variare, ma il dato politico resta: gli spagnoli sono stanchi, ora scendono in strada contro l’esecutivo socialista. E non sembravano particolarmente convinti di vivere nel paradiso riformista raccontato da certi osservatori italiani.
Massive protest in Madrid today against PM Sanchez, former PM Zapatero and the ruling socialist PSOE party.
The protesters demand that Sanchez steps down and that investigations are launched into PSOE corruption and mafia practices.
— Visegrád 24 (@visegrad24) May 23, 2026
Il modello Sánchez crolla
Sánchez non è più soltanto il leader abile nelle geometrie parlamentari, quello che sopravvive a tutto e trasforma ogni difficoltà in una manovra di palazzo. È diventato il simbolo di un potere che la destra d’España considera logorato, opaco, aggrappato con le unghie e con i denti alla poltrona. La protesta nella Capitale arriva dopo una stagione segnata da tensioni istituzionali, scandali, crisi di fiducia e una domanda politica che si fa sempre più esplicita: se il governo è così sicuro della propria legittimità, perché non restituire la parola agli elettori?
A rendere il quadro ancora più pesante c’è il caso José Luis Rodríguez Zapatero, chiamato a comparire nell’inchiesta sul presunto traffico di influenze legato alla compagnia Plus Ultra. Per la destra spagnola è una saldatura simbolica perfetta: lo zapaterismo delle lezioni ideologiche e il sanchismo della sopravvivenza politica finiscono nello stesso cono d’ombra. È un fatto politicamente enorme. Perché quando la izquierda iberica perde anche il monopolio del moralismo, resta molto meno da vendere sui mercati europei della propaganda.
Spanish patriots block highways shouting “Pedro Sanchez son of a bitch”. https://t.co/EfM7CM87hS pic.twitter.com/6UieMBUrxq
— RadioGenoa (@RadioGenoa) May 23, 2026
Vox spinge, il PP incalza
Santiago Abascal, leader di Vox, ha partecipato alla manifestazione e ha scelto il linguaggio dello scontro frontale: la Spagna sarebbe «sequestrata da una mafia corrotta che sta impoverendo gli spagnoli». Parlamentari, eurodeputati e amministratori locali hanno sfilato dietro lo striscione «Cacciare Sánchez è anche una priorità nazionale», fianco a fianco con la gente comune. Anche i popolari erano lì. La portavoce al Senato Alicia García ha spiegato che il Pp era in piazza per accompagnare chi chiede di «far uscire la Spagna dalla palude della corruzione». Il messaggio è chiaro: il centrodestra considera Sánchez un premier politicamente consumato, non più un interlocutore da trattare con deferenza.
Pablo Lucini junto a Democracia Nacional saludando a jóvenes cada vez más radicalizados por un sistema corrupto y criminal que impide toda oportunidad al joven español. SANCHEZ TRAIDOR GOBIERNO DIMISIÓN. Acabar con el régimen78. pic.twitter.com/zkDtRF7cch
— DNJ🏴 (@DNJnacional) May 23, 2026
Il garantismo a intermittenza dei progressisti
Ed eccoci al punto che riguarda l’Italia. Per anni Sánchez è stato arruolato come “icona da esportazione”: giovane, moderno, europeista, antifascista, sorridente quanto basta per rassicurare i salotti e severo quanto serve per agitare lo spauracchio della destra. Un prodotto politico perfetto per la sinistra italiana in cerca di esempi esteri da opporre alle proprie sconfitte domestiche. Ora però il prodotto mostra difetti di fabbrica. E qui comincia lo spettacolo, assai istruttivo, del garantismo a intermittenza. Gli stessi ambienti che in Italia chiedono dimissioni immediate per un avviso di garanzia, un sospetto, una fotografia sbagliata o una frase captata a metà, davanti alle difficoltà del Psoe riscoprono la prudenza. Gli scandali diventano “vicende complesse”, le piazze “strumentalizzazioni”, il malcontento “rumore della destra”. È la vecchia arte del doppio standard: inflessibili con gli avversari, premurosi con gli amici.
🚨Massive crowds of Spaniards flood the streets protesting Pedro Sánchez’s dictatorship.
People are done with the left’s authoritarian control and endless betrayal.
Spain rising up against the regime.
Europe waking up. pic.twitter.com/PtJDQwGYmn
— Don Keith (@RealDonKeith) May 23, 2026
La piazza non è un dettaglio
La manifestazione ha avuto anche momenti di tensione. Secondo la Delegazione del Governo ci sono stati tre arresti e sette agenti feriti. Alcuni partecipanti hanno tentato di spingersi verso la Moncloa e una parte del corteo ha bloccato la A-6. Episodi seri, da raccontare senza sconti e senza indulgenze. Ma trasformarli nell’unica notizia sarebbe un modo comodo per evitare il fatto principale: una parte consistente della Spagna chiede la fine dell’esperienza Sánchez.
È questo che imbarazza i devoti italiani del premier socialista. La Spagna reale non coincide con la Spagna da dépliant progressista. Non è il laboratorio impeccabile da contrapporre alla destra italiana, non è la dimostrazione vivente che la sinistra europea sappia governare meglio, non è la cartolina felice da sventolare quando Roma non dà soddisfazioni. È un Paese diviso, attraversato da scandali e tensioni, guidato da un leader che tutti ormai considerano il volto stesso del problema.
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