La carovana riparte
Riecco la Flotilla, i compagni stavolta salpano dalla Turchia. “Non ci fermeremo”… Sì, come le altre volte
Sui social è già l’ennesima “missione storica”. In mare invece torna la liturgia dei marineros in viaggio verso la Striscia, tra dirette Telegram, posture morali e politica performativa
Politica - di Alice Carrazza - 14 Maggio 2026 alle 19:05
A Marmaris mancava solo la musica lounge del villaggio vacanze. Per il resto c’era tutto: bandiere, telecamere, dirette Telegram, attivisti in posa sul ponte e il rituale comunicativo ormai rodato dei marineros pro-Gaza. Cinquantquattro imbarcazioni annunciate, circa cinquecento partecipanti da quarantacinque Paesi, destinazione Striscia. La “Flotilla Brancaleone”, autoproclamatasi invincibile, è pronta a salpare. “Non ci fermeremo”, il grido grillino prima dell’imbarco.
La sinistra pronta a salpare
L’organizzazione parla di “missione umanitaria”. I social già preparano il racconto epico della traversata. E la sinistra italiana che fa? Puntuale, sale a bordo. Il deputato M5s Dario Carotenuto affida tutto a Facebook: “Sono partito per la Global Sumud Flotilla perché davanti a quello che accade a Gaza non è più possibile restare a guardare in silenzio”. Come al solito: “Parliamo di una missione umanitaria e pacifica”.
Crociera live
Il problema non è protestare per quanto accade Gaza, sia chiaro. Il dramma umanitario esiste, è enorme e continua a peggiorare. Il problema è la trasformazione sistematica della crisi mediorientale in una sitcom permanente. Partenza emozionale. Conferenze stampa indignate. Intercettazione annunciata. Polemica internazionale. Qualche fermo o arresto. Raffica di dichiarazioni. Poi il ritorno a casa e la successiva ripartenza. La flottiglia ormai segue una liturgia perfettamente riconoscibile. Un format ideale per la politica performativa contemporanea: forte esposizione mediatica, alto rendimento identitario, scarsissimo impatto concreto sugli equilibri del conflitto. L’importante non sembra essere incidere davvero sulla situazione a Gaza, ma occupare il centro della scena morale.
Il blocco navale
Israele, in ogni caso, mantiene il blocco navale sostenendo esigenze di sicurezza legate alla guerra contro Hamas. Una questione che coinvolge diritto internazionale, traffico di armi, intelligence, negoziati regionali e rapporti diplomatici delicatissimi. Materia poco adatta ai video da trenta secondi.Molto più semplice trasformare tutto in un siparietto tra attivisti e marina israeliana. Però resta una domanda che nessuno affronta davvero: oltre alla denuncia pubblica, quale proposta concreta esiste? Chi garantisce l’ingresso stabile degli aiuti? Quale ruolo dovrebbero avere Onu, Egitto, partner europei o autorità palestinesi? Come si evita che ogni missione finisca soltanto per irrigidire ulteriormente il confronto politico e diplomatico? Su questo la retorica abbonda, le soluzioni molto meno.
L’attivismo di facciata
Colpisce soprattutto la fascinazione di una parte della sinistra, sempre più attratta dalle testimonianze via Instagram e sempre meno interessata alla complessità geopolitica. La politica estera viene ridotta a commedia in atti: esserci, mostrarsi, prendere posizione pubblicamente. Per questo ogni missione deve avere il suo parlamentare imbarcato, la sua narrazione rossa, il suo diario quotidiano di bordo. Nel frattempo Gaza continua a essere devastata, Hamas resta il problema, l’Iran se la ride e lo Stato ebraico non cambia linea.
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