Giornalismo d'inchiesta?
Prima l’insinuazione, poi la verifica: il “metodo Report” al suo apice con il caso Nordio
Ranucci ha offerto al pubblico una "notizia" della quale lui stesso ha detto di non avere ancora riscontro, aumentando la sensazione che lo scopo non sia il racconto dei fatti, ma la costruzione di una suggestione
C’è un confine sottile, quasi impercettibile, tra giornalismo d’inchiesta e costruzione narrativa. È un crinale su cui negli ultimi anni Sigfrido Ranucci, con Report, sembra muoversi con estrema disinvoltura: è una terra di mezzo, dove nulla è detto apertamente, ma è apertamente insinuato.
Il “metodo Report” e il caso Nordio
È il “metodo Report” che si regge su fonti anonime, ipotesi dichiarate «in verifica», ricostruzioni lasciate in sospeso e giocate moltissimo sulle suggestioni. Un sistema che, oltre a far presa sulla pruriginosa curiosità di un certo pubblico, garantisce anche una sostanziale immunità dalle conseguenze giudiziarie per i danni arrecati alle persone oggetto dei presunti scoop.
Martedì scorso, nello studio di È sempre Cartabianca, condotto da Bianca Berlinguer, si è consumato l’ennesimo episodio della saga: dopo aver evocato uno scenario da film di terz’ordine, con madri sparite nel nulla e avvocati morti carbonizzati «che avrebbero potuto dire la loro», mentre sullo sfondo si stagliava l’immancabile Epstein, il conduttore di Report ha deciso di lanciare, con la sua solita oracolare solennità, quella che lui stesso ha definito una «notizia in verifica».
La diffusione di notizie «da verificare»
Secondo quanto riportato da Ranucci, «una fonte» avrebbe riferito a Report di aver incontrato il ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch uruguaiano del compagno di Nicole Minetti, Giuseppe Cipriani, «a marzo», «mentre – gli ha fatto sponda Bianca Berlinguer – istruiva la pratica…». Nessuna accusa, nessun fatto accertato, solo «una pista che stiamo verificando, chiaramente. Però è una notizia se fosse vero».
Ecco, se fosse vero. Perché fino ad allora, semplicemente, non è una notizia. Nel linguaggio di quello che vorrebbe proporsi come “cane da guardia del potere” domina il dubbio: «Una fonte dice», «se fosse vero», «stiamo verificando». Formule che, da un lato, tutelano legalmente chi parla, dall’altro, imprimono nell’opinione pubblica un sospetto difficile da rimuovere.
La forza della suggestione
L’ambiguità diventa la cifra della comunicazione garantendo che in quella zona grigia del “riporto di fonte”, della “verifica in corso”, dell’”ipotesi giornalistica” qualunque azione rimanga impunita. Ed è proprio questa la chiave del “metodo Report”, che funziona più o meno così: se fosse vero sarebbe una notizia, noi non sappiamo se sia vero ma decidiamo ugualmente di divulgare una voce non verificata, a corredo di una narrazione creata ad hoc per ingenerare l’idea che ci sia del torbido, torbidissimo nella faccenda. Attenzione, si tratta di suggestioni, di fatti evidentemente slegati gli uni dagli altri messi in fila artatamente per dare vita al romanzetto noir, con il gran finale del ministro nel ranch: uno sceneggiatore di Netflix, probabilmente, non avrebbe saputo fare di meglio, ma questa non è una serie televisiva.
L’intervento in diretta di Nordio
E a dimostrarlo c’è il fatto che stavolta la reazione all’urgenza di Ranucci di rivelare una notizia non verificata è stata altrettanto fulminea, con la netta smentita del diretto interessato intervenuto in diretta – cosa impossibile da fare a Report – che ha bruciato il presunto scoop sul nascere. Qualcosa di nuovo per Ranucci, che ha tradito non poco disappunto alla notizia della telefonata di Nordio, per poi farfugliare confusamente di fronte alla più semplice delle domande, posta dal ministro: «Marzo di quale anno?».
Dalle trame nere a quelle criminali
Al netto di questo elemento inedito, però, il “metodo Report” rimane invariato: sia chiaro, non accusiamo nessuno, ma vi propiniamo per settimane un selfie di Giorgia Meloni con un tizio, poi decidete voi se il Presidente del Consiglio ha contatti con la criminalità.
E che dire del romanzo imbastito sulla pista nera che avrebbe determinato le stragi del ‘92? Una narrazione molto suggestiva in questi tempi di “pericolo fascista”, ma totalmente smentita dalla Procura di Caltanissetta che indaga da anni: gli elementi di suggestione al limite del grottesco, messi lì a solleticare e a stuzzicare la morbosità dello spettatore sono stati definiti “zero tagliato” dal capo degli inquirenti nisseni Salvatore De Luca, ma che vuoi che ne sappia uno che studia le carte da anni? Dobbiamo senz’altro fidarci del pentito defunto che avrebbe rivelato che qualcuno gli avrebbe riferito che per giorni Stefano Delle Chiaie in persona aveva preso la residenza sotto a un tunnel della Palermo-Capaci!
Il megafono della “redazione unica”
E se non fosse già abbastanza grave di per sé, ad amplificare l’effetto dei “sentito dire” di Ranucci e soci c’è il circo mediatico che, puntualmente, la stampa di sinistra allestisce sulle puntate di Report: un attimo dopo la messa in onda, ecco venir su il tendone, i nani, le ballerine e la donna cannone. Nel caso che ha interessato Nordio, però, qualcosa è andato storto: la smentita, praticamente contestuale alla «notizia in verifica», ha messo in crisi il meccanismo, costringendo i titolisti di Repubblica&Co. a darsi un contegno che probabilmente non avremmo visto se il guardasigilli avesse taciuto anche solo per 24 ore.
Quello che resta, alla fine, è uno schema ricorrente: Report annuncia un’inchiesta ad alto contenuto di suggestioni, che suggerisce scenari in cui, puntualmente, il governo è artefice di ogni e qualsivoglia malefatta. E siccome repetita iuvant, l’inchiesta viene riproposta compulsivamente, con i medesimi servizi trasmessi a distanza di settimane, rimontati e frullati, così che lo spettatore non smetta di sospettare, di vedere ovunque trame oscure, di pensar male di una ben individuata parte politica.
I confini del diritto di cronaca
E non si può non notare che, nello stesso periodo storico in cui per Piero Sansonetti (imputato per diffamazione per aver posto delle domande all’ex magistrato e oggi senatore del M5s Roberto Scarpinato) il pm avanza una richiesta di condanna a tre anni e mezzo di reclusione – con buona pace della giurisprudenza sul divieto di restrizioni della libertà personale per i giornalisti – ci sia qualcuno che gode di un diritto di cronaca così esteso da coprire persino la diffusione di voci non verificate o la pubblicazione di conversazioni private venute da chissà dove, coperto dal caldo manto della segretezza delle fonti.
Il sospetto elevato a sistema
A guardarlo da vicino, quello che Ranucci, acclamato dall’intellighenzia di sinistra, propone come giornalismo d’inchiesta assomiglia di più a un nemmeno troppo sofisticato meccanismo che eleva la costruzione del sospetto a sistema. E mentre la Rai esorta il giornalista al «rispetto rigoroso dei principi di correttezza dell’informazione, verifica delle fonti e tutela della reputazione dei soggetti coinvolti, a maggior ragione quando si tratta di esponenti istituzionali che rappresentano la collettività», altri soggetti che rappresentano la medesima collettività, come la Presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai Barbara Floridia, dichiarano che «la lettera di richiamo della Rai a Sigfrido Ranucci è un atto molto grave» e annunciano che chiederanno «all’azienda i dettagli di un provvedimento di cui a nessuno può sfuggire la valenza “politica”». Tutto chiaro, no?