L'implacabile
Per Trump la guerra in Iran è “terminata”, ma lo scontro continua: ora pressione su Cuba e dazi all’Ue. Bruxelles: “Inaccettabile”
Dalla guerra nel Golfo allo scontro con il Congresso, il presidente spinge oltre i limiti legali. Tra minacce, sanzioni e tensioni con gli alleati, Washington ridefinisce la propria proiezione strategica e The Donald descrive la Marina Usa “come i pirati”
+ Seguici su Google Discover«Dire che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra in Iran è tradimento». Con queste parole alla Cnn Donald Trump ha segnato in Florida il punto più alto di una giornata in cui la linea americana si è fatta più rigida su più fronti, dal Golfo Persico ai Caraibi. La Casa Bianca ha notificato al Congresso che le “ostilità” con l’Iran, iniziate il 28 febbraio, «sono terminate». Una formula che consente all’amministrazione di evitare, almeno formalmente, il vincolo dei 60 giorni previsto dalla War Powers Resolution, una legge del 1973 che limita i poteri del presidente nell’impiego delle forze armate senza autorizzazione del Congresso, imponendo di interrompere le operazioni militari o di ottenere un via libera.
Fine delle ostilità, ma non della pressione
Trump insiste: «Abbiamo avuto un cessate il fuoco, quindi questo dà tempo aggiuntivo». Ma sul terreno la situazione resta congelata. Il blocco navale americano continua a comprimere le esportazioni energetiche iraniane, mentre lo Stretto di Hormuz resta di fatto chiuso, con effetti diretti sui mercati globali. Tanto che a Wall Street comincia a circolare un nuovo acronimo: dopo “Taco” — “Trump Always Chickens Out” (Trump si tira sempre indietro) — arriva “Nacho”, “Not a Chance Hormuz Open”, a indicare la convinzione che il passaggio non riaprirà a breve.
Negoziati respinti, opzione militare sul tavolo
Sul piano diplomatico, Teheran ha inviato una nuova proposta tramite mediatori pakistani, come riporta l’agenzia di stampa Irna. La risposta di Trump è stata: «A questo punto, non sono soddisfatto di ciò che offrono». I contatti telefonici tuttavia proseguono. Il presidente mantiene aperte entrambe le opzioni. «Vogliamo andare lì e bombardarli fino a distruggerli completamente e finirli per sempre? O vogliamo cercare di raggiungere un accordo?». E subito dopo aggiunge che, «da un punto di vista umano», preferirebbe evitare l’escalation.
Intanto rivendica le operazioni navali, come quella alla petroliera Touska battente bandiera iraniana: «Abbiamo preso il controllo della nave. Abbiamo preso il controllo del carico, del petrolio». E aggiunge: «Come i pirati».
Cuba nel mirino retorico
Nello stesso intervento, The Donald tocca anche la “questione Cuba”. Il Paese sarà colpito da un nuovo giro di sanzioni. Il tono è però ambiguo, tra ironia e messaggio politico. «È originario di un posto che si chiama Cuba, un posto di cui prenderemo quasi immediatamente il controllo», dice rivolgendosi a una persona tra il pubblico. Poi collega direttamente il dossier caraibico al Medio Oriente: «Prima ne finiremo una, mi piacerebbe concludere il lavoro».
L’immagine evocata è quella di una metafora neanche troppo occulta: «Di ritorno dall’Iran, faremo sì che una delle nostre grandi unità, forse la portaerei Uss Abraham Lincoln, la più grande al mondo, si avvicini, si mantenga a circa 100 metri dalla costa e ci diranno “molte grazie, ci arrendiamo”». La platea ride. L’Avana reagisce definendo le sanzioni «illegali» e «abusive».
Frizioni con alleati e riposizionamento militare
Anche dal fronte europeo, la corda è tesa. Il Pentagono prepara infatti il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania. La decisione riflette il deterioramento dei rapporti con gli alleati, accusati da Trump di scarso sostegno sulla crisi iraniana. Roma aveva già espresso ieri il suo disappunto per bocca del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Non ne capirei le ragioni. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo anche resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione. Cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani».
A Bruxelles cresce invece il malumore sul piano commerciale, dopo l’annuncio di nuovi dazi statunitensi fino al 25% su auto e veicoli europei, una misura giudicata «inaccettabile» da Bernd Lange, presidente della commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, e in contrasto con gli accordi e sulla quale l’Unione valuta possibili contromisure. «Gli Stati Uniti sono un partner inaffidabile».
Un equilibrio ancora instabile
La guerra resta impopolare negli Stati Uniti, con elezioni di medio termine all’orizzonte. I mercati restano sotto pressione, tra il volatile prezzo del petrolio e le rotte energetiche bloccate. Il tycoon rivendica il controllo della situazione, ma nella lettera al Congresso ammette che l’Iran rappresenta ancora una minaccia “significativa”. Il cessate il fuoco sospende il conflitto ma non lo chiude.
E mentre Washington moltiplica i fronti caldi, dal Golfo ai Caraibi, la linea americana resta sospesa tra negoziati e dimostrazioni di forza, con un margine di manovra sempre più ristretto.