Amore non corrisposto
Nati con lo smartphone, ora odiano l’Ai: perché la Generazione Z si fida sempre meno degli algoritmi
I giovani usano chatbot e strumenti di intelligenza artificiale generativa ogni settimana, ma il rapporto con queste tecnologie è tutt’altro che entusiastico: molti le vivono con diffidenza, quando non con aperto fastidio. Si incrina così la fiducia in un futuro “high tech” promettente, lasciando spazio a rabbia e paura
Il brusio è diventato un boato quando Gloria Caulfield ha pronunciato quelle parole: “L’ascesa dell’Ai è la prossima rivoluzione industriale”. Davanti a lei, durante una cerimonia dell’Università della Florida Centrale, c’erano laureati in arti e discipline umanistiche, toghe addosso e futuro ancora da decifrare. Non hanno applaudito. Hanno fischiato. È accaduto negli Stati Uniti, nel pieno della stagione delle lauree universitarie. E non è stato un episodio isolato. Nel giro di pochi giorni, le cerimonie pensate per celebrare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro sono diventate il luogo di una contestazione imprevista: quella contro l’intelligenza artificiale.
Gez Z vs Ai
Una settimana dopo, all’Università dell’Arizona, è toccato a Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google. Il pubblico lo ha contestato a più riprese, soprattutto quando ha citato la scelta di Time Magazine di indicare gli “Architetti dell’Ai” come “persona dell’anno per il 2025”. I fischi sono stati così forti da costringerlo a fermarsi. «Toccherà ogni professione, ogni aula, ogni ospedale, ogni laboratorio, ogni persona e ogni relazione che avete», ha detto Schmidt. La risposta è arrivata dagli studenti, secca, ostile, insistente. Lui ha atteso che il rumore calasse prima di proseguire. Il messaggio dei giovani era già chiaro: non contestano soltanto una tecnologia. Contestano il modo in cui viene presentata loro, come destino inevitabile proprio mentre stanno cercando un posto nel mondo.
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