Intervista a Claudio Risé
Modena, altro che buonismo dem: integrazione fallita, famiglie e amministrazioni assenti creano “bombe a orologeria”
Al netto di lupi solitari che agiscono a macchia di leopardo e a fasi alterne. Di baby gang multietniche e maranza. Ma, soprattutto, alla luce dei recenti e drammatici fatti di Modena – dove un uomo di 31 anni, Salim El Koudri, con una diagnosi pregressa di disturbo schizoide di personalità, ha travolto la folla in Via Emilia Centro – la realtà dei nostri giorni solleva interrogativi complessi che intrecciano la salute mentale, la criminologia e la sicurezza pubblica. Ma soprattutto, il vulnus di una integrazione mancata. Fallita. Sbandierata dalla sinistra, ma decisamente ferma al primo step: quello di un facile buonismo inclusivo che resta lettera morta sulla carta.
Sangue a Modena, il profilo dell’investitore e il contesto: a colloquio con Claudio Risé
Partendo dall’ultima atroce vicenda di Modena, ne abbiamo parlato con Claudio Risé: psicologo, giornalista e saggista italiano, nonché fino al 2008 docente di Psicologia dell’Educazione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca. E precedentemente di Sociologia della comunicazione e dei processi culturali alla Facoltà di Scienze dell’Università dell’Insubria, e di Polemologia al Corso di Laurea in Scienze Diplomatiche della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Trieste. E potremmo proseguire a lungo…
Allora professore, intanto cerchiamo di inquadrare quello che è il confine tra disturbo, follia e lucida pianificazione del reato? Le prime informazioni medico-legali sul 31enne Salim El Koudri parlano “disturbo schizoide di personalità”: una condizione tipicamente caratterizzata da isolamento sociale e distacco emotivo, ma che di per sé non implica una frattura con la realtà o l’incapacità di intendere e di volere. Qual è il confine clinico oltre il quale un disturbo di personalità può evolvere o slatentizzarsi in un atto di violenza così estremo, pianificato e distruttivo?
Non è per niente strano che emerga un quadro del genere. Il fatto è che è molto difficile immaginare dei contenimenti, soprattutto se non ci sono argini prestati da una famiglia, da un ente, da una categoria amministrativa. Qui manca tutto questo. Cioè mancano i perni amministrativi, culturali e familiari. Ossia: sembra esserci al centro un individuo emerso con un livello di pericolosità per sé e per gli altri praticamente assoluto.
Isolamento, integrazione fallita e rabbia sociale
Intanto, l’antiterrorismo indaga anche per verificare possibili matrici eversive o fenomeni di emulazione, nonostante non emergano sul 31enne fermato precedenti segnali di radicalizzazione. Dal punto di vista della psicologia clinica, come si innestano stimoli ideologici esterni (o deliri tra i più disparati legati a Internet) su una mente già fragile e isolata? Quali sono i meccanismi psicologici che trasformano rancore e frustrazione repressi in una spinta stragista come quella che si è verificata?
Ebbene, rischiano di potenziarli, perché se ci fosse un riconoscimento stoico, sarebbe diverso: ma questi soggetti sono completamente fuori di ogni schema, e si sentono autorizzati a fare cose strane o a pronunciarne altre folli, come «voglio uccidere tutti». Però qualcosa che dia una cornice a questo malessere manca, e se non c’è nulla, tutto si trasforma in una bomba a orologeria mobile e non contenuta da un’organizzazione, un contesto riconoscibile, che dia appunto un contenimento.
Come dire che si parla tanto di accoglienza e inclusione, ma poi questi soggetti si sentono sempre e comunque emarginati e si rivelano borderline?
Il fatto è che intorno al lui c’è solo il nulla e quello che lui può riconoscere è appunto solo il nulla… Il pericolo di queste persone è altissimo. Ed è una delle drammatiche caratteristiche di questi anni, non solo di questi giorni. I contenimenti, peraltro, non sono soltanto una privazione o una ferita a chi li porti: ma sono una risorsa. Pertanto, se c’è chi è a zero di queste alternative: da quelle affettive, a quelle amministrative, a quelle sociali, a quelle economiche, è chiaro che non si può perder tempo. Specie se si tratta si una realtà estesa, plurima…
Modena, un caso psichiatrico o di furia sociale?
Un’ultima cosa: il 31enne che ha falciato i passanti a Modena era stato “attenzionato” dal Centro di Salute Mentale nel 2022, ma successivamente se ne erano perse le tracce. Questa “zona cieca” riapre il dibattito sulla continuità assistenziale. Allora le chiedo: come psichiatri e psicologi del territorio possono gestire la non-reperibilità e il drop-out (l’abbandono delle cure) di pazienti che non manifestano un’immediata pericolosità sociale, ma che rimangono strutturalmente a rischio di scompenso?
Qui siamo di fronte a delle mancanze anche della psichiatria contemporanea, soprattutto ai malesseri di oggi, che non a caso sono proporzionali non a caso ai vuoti psichiatrici.
E invece la famiglia di riferimento, quali segnali d’allarme dovrebbe cogliere prima che la situazione degeneri? E quando l’isolamento diventa un effettivo incubatore di violenza?
Si tratta di vedere che risorse ha la famiglia. Per esempio, potrei dire che paradossalmente, quasi sempre la famiglia d’origine ha dei suoi legami e un discorso in via di svolgimento con la tradizione, e questo di solito può rappresentare un aiuto.
Modena, riflettori sul ruolo di famiglia, sanità e amministrazioni locali
Ma in questo caso parliamo di una famiglia di provenienza islamica che ha fatto involontariamente da sponda – come in molti altri casi – allo sviluppo di una rabbia cieca contro l’altro: il diverso che accoglie, ma con cui non ci si vuole integrare…
Il portatore disturbato di diversi problemi di questo tipo se si trova in una famiglia portatrice di una tradizione che ti condizionano, certo, ma che dovrebbero anche contenerti, la cosa potrebbe andare anche abbastanza bene. Sarebbe già meglio del nulla… Certo, è difficile che funzioni.
Anche perché, aggiungerei, dai maranza alle baby gang, fino all’investitore di Modena, parliamo di soggetti che usano questa provenienza culturale anziché come perno per crearsi un’interiorità non violenta, non lesiva, ma come molla che fa scattare una rabbia virulenta.
Qui andrebbe fatta una distinzione tra immigrati di prima e di seconda generazione: i figli dell’immigrato di ieri sono molto più arrabbiati e ribelli rispetto ai loro genitori. Se i primi hanno comunque provato a inserirsi, è un fatto che le seconde implodano, e peggio sarà con le successive, pronte a esplodere. Quelli che si salvano sono quelli che si aggrappano a qualcosa che trovano, che in qualche modo può dargli una funzione e una speranza.
Ma, concluderei, va data per scontata una predisposizione all’interlocuzione che al momento non traspare…
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