Patriottismo pop
Maschio, bianco, etero, eroe: “Top Gun” paladino anti-woke
Top Gun non è un semplice film-cult: è come totem della fiducia americana
C’erano gli anni Ottanta e sembravano invincibili. Il 16 maggio 1986 (proprio 40 anni fa) usciva nelle sale per la prima volta Top Gun, ancora oggi considerato il film simbolo di un decennio. Gli Stati Uniti correvano in moto senza casco su piste illuminate dal tramonto, aveva gli occhiali Ray-Ban, le spalle larghe, la mascella stretta e il sorriso di chi era convinto che la storia avesse già scelto da che parte stare. Ronald Reagan non governava soltanto la Casa Bianca, governava l’impero riluttante della libertà. E Hollywood era il suo Pentagono sentimentale. Top Gun nasce lì. Non come semplice film, ma come totem della fiducia americana. La guerra fredda non era soltanto geopolitica: era una battaglia estetica. Da una parte il grigio sovietico, dall’altra il sole californiano. Da una parte i burocrati del comunismo, dall’altra i piloti che rombano nel cielo, sfidando la fisica e ascoltando il rock. La libertà non veniva spiegata, ma esposta e celebrata come un vessillo. Aveva il volto giovane di Tom Cruise e la velocità di un jet F-14.
In quel mondo non esisteva il senso di colpa occidentale. L’America non chiedeva scusa. Volava. Gli anni di Reagan sono questo: il ritorno della convinzione dopo il trauma del Vietnam. Il rifiuto dell’America stanca degli anni Settanta. Basta introspezioni. Arriva il patriottismo pop. Arriva il capitalismo come terra promessa. Arriva il soldato-eroe trasformato in rockstar. E il cinema diventa il pilastro del soft power statunitense. Per questo Top Gun non è solo show. È propaganda nel senso più potente del termine: costruzione di desiderio. Non ti obbliga ad amare l’America. Ti fa desiderare di essere americano.
Poi il tempo passa. Cade il Muro. Implode l’Urss. Arriva la globalizzazione. Gli Usa e l’Occidente smettono di credere completamente in se stessi. Cominciano le guerre infinite, il terrorismo, le crisi finanziarie, il politicamente corretto, la vergogna dell’Ovest raccontata dalle sue stesse élite culturali. Eppure, sotto la cenere, Maverick continua a vivere. Quando nel 2022 arriva Top Gun: Maverick, il secondo capitolo della saga, molti pensano sia soltanto nostalgia. Invece è qualcosa di più profondo: è il ritorno di una nazione che vuole ricordarsi chi era. Non a caso il film esplode dentro un’epoca attraversata dal trumpismo, dal movimento Maga, dalla richiesta di identità, confini, forza, appartenenza. Donald Trump riaccende il sacro fuoco americano fatto di orgoglio e medaglie conquistate sul campo di battaglia. Reagan con il sorriso, Trump con rabbia e pugni sul tavolo. Ma la grammatica è la stessa: orgoglio nazionale, centralità americana, diffidenza verso le élite cosmopolite, convinzione che l’Occidente debba smettere di chiedere permesso per difendersi.
Pete Mitchell, il protagonista, è il ponte perfetto fra queste due Americhe. Nella pellicola il nemico resta senza nome, ma tutto porta lì: impianti nucleari clandestini, montagne iraniane, vecchi F-14 ancora operativi, minaccia atomica contro gli alleati occidentali. Gli autori scelgono l’ambiguità per ragioni commerciali e geopolitiche, ma il bersaglio simbolico appare evidente. E allora succede qualcosa di interessantissimo: Hollywood torna a raccontare l’Occidente senza vergogna. Non c’è più il decostruzionismo morale degli ultimi anni. Non c’è il soldato traumatizzato che odia la patria. Non c’è il relativismo dove tutti hanno un po’ ragione. C’è, invece, una civiltà che si percepisce minacciata e decide di reagire. Gli States tornano a essere i guardiani del cielo.
Il nemico, in fondo, non è solo l’Iran. Il nemico è l’idea illiberale del mondo. È il regime teocratico che arricchisce uranio, mentre reprime donne e dissenso. È l’opposto della promessa occidentale. Per questo Top Gun: Maverick ha avuto un successo profondo. Non è soltanto un sequel riuscito. È una rassicurazione culturale. Dice agli americani: siete ancora capaci di essere eroi. Siete ancora quelli che decollano, mentre gli altri minacciano. E dentro quel rombo di motori c’è tutto il viaggio americano degli ultimi quarant’anni: Reagan, la caduta dell’Urss, l’11 settembre, la crisi identitaria occidentale, Trump, Maga, la nostalgia della forza, il desiderio di tornare a credere nella parola Occidente senza abbassare lo sguardo. Ma anche un deciso stop alla deriva woke. Lo yankee Maverick invecchia, gli Stati Uniti anche. Ma entrambi continuano a rifiutare l’idea del tramonto. Perché certi imperi, prima ancora di essere potenza, sono simbolo. E Hollywood, almeno per questa volta, resta la loro aviazione più spericolata.
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