La domanda del Secolo
Sondaggio, basta social ai minori: oltre il 50% sposa la linea dura di Bruxelles
La proposta della Commissione Ue di alzare l’età minima per accedere ai social divide i lettori del Secolo: ma cresce il consenso per regole più severe contro algoritmi e dipendenza digitale
La maggioranza dei partecipanti al sondaggio del Secolo sta con Ursula von der Leyen. Dopo l’annuncio della presidente della Commissione europea sulla possibilità di innalzare l’età minima per accedere ai social network e introdurre nuove misure contro dipendenza digitale e contenuti dannosi, il 54,9% dei lettori ritiene che Bruxelles stia andando nella direzione giusta. Un dato netto, maturato in un clima europeo segnato da crescente allarme per gli effetti degli algoritmi sui minori e dalla pressione di diversi governi nazionali, a partire dalla Francia, che chiedono una soglia comune almeno a 15 anni. La rivelazione, realizzata nelle ore successive alle dichiarazioni pronunciate da von der Leyen a Copenaghen durante una conferenza dedicata alla tutela dei bambini, fotografa un’opinione pubblica sempre meno disposta a considerare le piattaforme semplicemente innocue. La sensazione prevalente è che il tema abbia ormai assunto i contorni di un’emergenza educativa e culturale.
L’Europa cambia approccio
La frase pronunciata dalla presidente della Commissione — “I bambini non sono merce” — ha segnato il cambio di tono di Bruxelles nei confronti delle piattaforme digitali. Von der Leyen ha parlato apertamente della possibilità di un “social media delay”, ossia di alzare l’età di accesso ai social per gli adolescenti europei.

Non è un dettaglio politico. Per anni l’Unione Europea ha affrontato il tema digitale soprattutto sul terreno della concorrenza economica e della privacy. Ora il baricentro si sposta sulla salute mentale, sull’esposizione precoce ai contenuti estremi e sui meccanismi di dipendenza costruiti dagli algoritmi. Il riferimento esplicito all’Australia, che ha già alzato a 16 anni l’età minima per l’utilizzo dei social, mostra che Bruxelles sta guardando a modelli più restrittivi.
Tra protezione e controllo
Ma il sondaggio racconta anche un’altra Italia. Il 40,3% del campione non contesta il problema, bensì il metodo. Per questa larga fascia di opinione pubblica “serve più educazione: il ruolo decisivo resta quello dei genitori”. È un dato politicamente rilevante perché segnala una diffidenza crescente verso l’idea che ogni fragilità sociale possa essere affrontata soltanto attraverso nuovi vincoli normativi.
Dentro questa posizione convivono sensibilità differenti. C’è anche chi teme che i limiti anagrafici siano facilmente aggirabili. Chi considera impossibile demandare agli apparati europei il potere educativo. E chi guarda con sospetto agli strumenti di verifica dell’età su cui la Commissione punta per rendere operativa la stretta.
Von der Leyen, infatti, ha difeso l’app europea per l’age verification appena lanciata da Bruxelles, nonostante le critiche ricevute per possibili vulnerabilità sul piano della sicurezza e della protezione dei dati. “Il sistema offre tutte le garanzie necessarie”, ha comunque assicurato il capo della Commissione Ue.
Il tema entra nel dibattito europeo
La quota residuale di chi teme “censura e ipercontrollo” resta minoritaria, ma intercetta un argomento destinato a pesare nel dibattito pubblico dei prossimi mesi. Perché la battaglia sui minori e sui social non riguarda soltanto la sicurezza online. Tocca il rapporto tra istituzioni, libertà individuali e grandi piattaforme tecnologiche.
Il dato politico emerso dal sondaggio, in ogni caso, è chiaro: l’idea di lasciare il mercato digitale senza argini non convince più la maggioranza degli europei. Le piattaforme vengono percepite sempre meno come spazi neutri e sempre più come ambienti capaci di orientare comportamenti, emozioni e fragilità.
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