Rete transanazionale
Lotta alle mafie, lo Stato c’è: maxi-operazione contro il caporalato a Potenza. 13mila euro per un visto
Braccianti agricoli ridotti in schiavitù, una rete internazionale operativa per utilizzare in modo illegale le misure del “decreto flussi” per consentire l’ingresso di manodopera extracomunitaria in Italia. A Potenza, un’operazione di contrasto al caporalato ha portato all’esecuzione di dodici arresti con le accuse a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, all’intermediazione illecita di manodopera – il cosiddetto “caporalato” – e allo sfruttamento lavorativo. Il provvedimento, emesso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza, è stato richiesto dalla DDA, la Direzione distrettuale Antimafia della procura del capoluogo. L’operazione è stata condotta dai reparti operativi del comando dei Carabinieri di Potenza e di quello per la Tutela del Lavoro di Roma nelle province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco. Nel servizio le interviste a Camillo Falvo, procuratore della Repubblica di Potenza, Marcello Robustelli, comandante Gruppo Tutela del Lavoro Napoli, Luca D’Amore, comandante provinciale Carabinieri.
Utilizzavano in maniera fraudolenta il decreto flussi
Nell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza, sono 7 le persone arrestate (due in carcere e cinque ai domiciliari) mentre per altre 5 è scattato l’obbligo di dimora. Gli indagati sono indiani e italiani e devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, con l’aggravante della transnazionalità. Secondo l’accusa, il sodalizio criminale era in grado di gestire contemporaneamente decine di pratiche migratorie, utilizzando in maniera fraudolenta le procedure connesse ai cosiddetti decreti flussi: coordinando i tempi di ingresso con le esigenze stagionali dei datori di lavoro complici. Gli intermediari all’estero selezionavano i lavoratori, spesso giovani vulnerabili e in condizioni di bisogno; inducendoli a versare somme variabili tra gli 8.500 e i 13.000 euro per ottenere il visto.
Tale esborso, spesso finanziato dalle famiglie d’origine anche attraverso un pesante indebitamento, era il primo anello della catena di assoggettamento, che li costringeva ad accettare degradanti condizioni lavorative. Infatti, una volta giunti in Italia, i braccianti venivano privati della libertà di scelta e costretti a turni estenuanti, spesso eccedenti le 10-12 ore giornaliere, in cambio di paghe irrisorie non conformi ai contratti collettivi nazionali di categoria. La soggezione, non solo fisica, era legata alle precarie condizioni degli alloggi in strutture fatiscenti e spesso prive di servizi essenziali, e soprattutto economica e psicologica, al timore di non poter onorare il debito contratto con l’organizzazione. Tutto ciò era accompagnato dalle continue minacce fatte dagli indagati alle vittime di non far ottenere loro il permesso di soggiorno. L’apporto specialistico dei carabinieri per la tutela del lavoro, inoltre, è stato fondamentale per analizzare la posizione di quelle aziende agricole compiacenti che presentavano domande di assunzione per quote di lavoratori stagionali, dietro compenso illecito stimato tra i 3.500 e i 4.000 euro per ogni singola pratica.
Una volta giunti in territorio italiano, lo scenario si rivelava opposto rispetto alle promesse. I lavoratori venivano privati dei propri diritti e della libertà personale, venendo impiegati in aziende ortofrutticole e di allevamento con turni estenuanti – spesso superiori alle 12 ore giornaliere – a fronte di remunerazioni irrisorie e palesemente sproporzionate rispetto alle prestazioni fornite.
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