L'intervista
«L’Europa è debolissima ma è l’unica cosa che abbiamo e non è impossibile che si alzi in piedi». Parla Goffredo Buccini
Il giornalista ha scritto "Tyrannis", in cui racconta la crisi delle democrazie liberali: «Negli anni '90 si è sviluppata l'idea che il liberismo avrebbe risolto tutto, ma non è così: l'economia non può governare i fenomeni, lo deve fare la politica»
Avviso ai naviganti: Tyrannis: Il secolo delle nuove autocrazie e l’ultima reazione democratica (Neri Pozza) del giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, Goffredo Buccini, è «un libro ideologico». E lui lo rivendica. «La mia ideologia è la democrazia liberale», dice. Il saggio, che si legge come un romanzo, racconta «la fine delle democrazie» attraverso gli eventi degli ultimi 25 anni, dalle rivolte di Seattle contro il Wto ai giorni nostri. Lo fa ripercorrendo in modo puntuale gli snodi cruciali di questo tornante della storia, ma tenendo anche al centro un io civico, incarnato da Madeleine – bambina di 10 anni nel corteo di Seattle al fianco della madre sessantottina e giovane donna dei giorni nostri – con la quale Buccini intrattiene un costante dialogo ideale.
Nella prefazione del libro lei scrive che «ci sono ottime ragioni per essere pessimisti» e in una delle clip di presentazione parla di questi tempi come di «giorni di paura, di terrore». Tyrannis è un libro che nasce dalla paura?
Onestamente, sì. Sono tempi molto diversi da quelli in cui è cresciuta la mia generazione – quelli che hanno 60 o 50 anni – quando sembrava che le democrazie liberali si fossero affermate nel mondo e che gli effetti della globalizzazione potessero distribuire benefici a tutti, scendendo per i rami come una cascata di benessere. Non è stato così, le democrazie liberali hanno mostrato una grande difficoltà a gestire un fenomeno impetuoso come la globalizzazione e la disaffezione di molta parte dei cittadini del cosiddetto Occidente ha aperto le porte al populismo, al sovranismo e a fenomeni di disgregazione che hanno oggi come esito ultimo il grande disordine mondiale sotto gli occhi di tutti. Qualche motivo di preoccupazione, se non di paura, mi sembra che ci sia.
Il libro racconta la crisi delle democrazie liberali e individua nella democrazia reattiva la risposta ai sovranismi che sono emersi da quella crisi e che lei indica come prodromo delle autocrazie. Cos’è una democrazia reattiva?
Una democrazia che si toglie i guanti ed è disposta a battersi per la propria sopravvivenza. In generale, i sovranismi nel loro percorso verso il successo commettono spesso degli errori, se non dei reati anche formali. Pensi a Trump: se fosse stato fermato nei quattro anni di interregno tra primo e secondo mandato, oggi non avremmo il grande fattore di disordine mondiale alla Casa Bianca. Per paura della reazione popolare, di perdere consenso, il Congresso non ha avuto il coraggio di fermare Trump votando l’impeachment che gli avrebbe chiuso la strada alla presidenza. Si pensa che facendo così si esasperi ancora di più la reazione della gente, ma spesso è il contrario.
Però sembra una cautela lecita…
Faccio un esempio piccolo: la Romania. Nell’autunno del 2024 è stato fermato il candidato che aveva vinto il primo turno, Georgescu, il quale aveva avuto fiumi di finanziamenti dalla Russia che non sapeva giustificare. Annullata l’elezione al primo turno, ci si aspettava una grande rivolta popolare a favore di quella stessa parte e, in effetti, nel primo turno successivo c’è stata una grande affermazione di Simion, che ha promesso che in caso di vittoria avrebbe scelto Georgescu come premier. Ma tra il primo e il secondo turno c’è stata una reazione dei liberali europeisti e ha vinto il sindaco di Bucarest, Nicușor Dan. Questo, nel piccolo, per dire che non è che il destino sia segnato inevitabilmente, non è che per forza ci dobbiamo consegnare all’asse Trump-Putin.
Ma il governo romeno è caduto e in Francia questo tipo di sbarramento ha portato all’ingovernabilità e ha acuito le crisi…
Ma non mi verrebbe in mente neanche per sogno di ascrivere Mélenchon alle democrazie liberali. La Francia dovrebbe resistere a un doppio estremismo, quello del lepenismo e quello di Mélenchon. Ci riuscirà? Improbabile. La Quinta Repubblica sta mostrando la corda di un sistema elettorale che io ho sempre chiamato “la clausola anti-pazzi”. Sembrava funzionare, ma non funziona più: ha staccato le élite dalla realtà della popolazione francese e le ha chiuse in una specie di torre d’avorio. La crisi francese ci insegna che non c’è una formula sicura e conferma ciò che lo storico ex comunista Furet raccontava nel libro Il passato di un’illusione, che consiglio sempre a tutti. Furet spiegava come nel Novecento le due estreme si alleassero volentieri contro la democrazia liberale, ed è sostanzialmente quello che succede sempre: anche negli Usa la prima elezione di Trump è stata molto favorita dalla discesa in campo e dalla propaganda di Bernie Sanders, un altro estremista, che ha aiutato Trump togliendo voti a Hillary Clinton. Molto spesso le due estreme vanno a braccetto e il loro nemico peggiore è sempre la democrazia liberale.
Lei dice che le democrazie si devono difendere con la forza della legalità. Nel libro parla di Farage, dell’Afd e li associa in qualche modo a Marine Le Pen. Ritiene che vadano messi fuori legge?
Solo se violano la legge. Ci sono delle leggi e se vengono violate sì, però bisogna assumere che le leggi siano violate. In generale, dev’essere davvero una extrema ratio. Comunque, tenderei a differenziare il lepenismo da Afd, mi auguro che soprattutto nel volto di Bardella approdi a una sorta di costituzionalizzazione repubblicana che lo allontani dall’estrema rappresentata dalla Afd, che in Germania è sotto inchiesta costituzionale.
L’Afd ha un grande consenso, alcuni sondaggi la indicano come primo partito…
Infatti è una situazione paradossale, molto delicata. L’idea di metterla fuori legge è estremamente complessa, delicata e anche pericolosa. Però è anche vero che l’Afd è sotto inchiesta da parte dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, che è lo stesso organismo che portò alla messa fuori legge del Partito comunista negli anni ’50. Dunque, non è questione solo di cripto nazisti. È vero che si tratta di altri numeri e che è un partito che rappresenta un quinto della popolazione tedesca, ma è anche un partito che ha come sua principale parola d’ordine la remigrazione, che – attenzione – non è il rimpatrio. I rimpatri vanno fatti, ma in caso di immigrazione irregolare. Per come la intendono loro è allontanare cittadini tedeschi considerati non assimilati perché di etnie diverse.
Chi decide dov’è la linea rossa?
Nel libro do conto del paradosso della tolleranza di Popper, il vero padre dei filosofi liberali: fino a che punto i tolleranti devono subire l’attacco degli intolleranti in nome della tolleranza? La risposta che dà Popper, il discrimine è che finché usano il dialogo, non usano sistemi violenti si può accettare, oltre quel punto è lecito usare la forza contro gli intolleranti perché l’intolleranza non deve prevalere. Nel ’28 chiesero a Goebbels, che era un demonio ma non uno stupido, perché si presentassero alle elezioni se erano contro il parlamentarismo. Lui rispose che se le democrazie erano così sciocche da offrire loro pasti gratis e benefici non vedevano perché non dovessero approfittarne. Ma era palese che stessero compiendo violazioni della legge. C’è sempre un modo per fermare gli intolleranti: nella loro marcia normalmente violano le regole della democrazia liberale e la democrazia liberale deve reagire.
Scusi, ma se le autocrazie emergono per l’incapacità della democrazia liberale di dare risposte, cosa legittima quella stessa democrazia liberale a farsi democrazia reattiva?
Infatti la democrazia reattiva da sola non può essere la risposta. Serve che sia anche democrazia riparativa. Faccio l’esempio del fascismo: se il re avesse avuto il coraggio di mandare i carabinieri contro gli squadristi che facevano la marcia su Roma, la faccenda della marcia su Roma si sarebbe chiusa lì, ma non si sarebbero chiuse le ragioni alla base del fascismo: il turbamento del dopoguerra, l’arditismo che si sentiva tradito… La democrazia reattiva da sé non basta, serve la democrazia riparativa per affrontare i motivi alla base del malessere. Alla metà degli anni ’10 di questo secolo è emerso un malessere, che è un malessere reale con ragioni più che fondate e che si sintetizzano nella rottura del patto sociale, nella perdita di equilibrio tra ceti della società. Sovranismo e populismo non hanno le risposte ma lo hanno intercettato, la democrazia liberale deve dare le risposte facendosi riparativa.
Perché la democrazia liberale non ha saputo essere riparativa prima di entrare in crisi?
Perché a un certo punto, negli anni ’90, si è sviluppata l’idea che il liberismo avrebbe risolto tutto, ma non è vero. L’economia, se viene abbandonata dalla politica, può produrre anche mostri. Alla fine degli anni ’60 la distanza di stipendio tra un operaio e il suo amministratore delegato era di qualche decina di volte, oggi è di mille volte. Non necessariamente un populista diventa autocrate, ma è molto difficile che un autocrate non abbia una narrazione populista, che enfatizza le ragioni del malessere ma non dà risposte. Solo che questo si capisce dopo. La democrazia riparativa è consustanziale alla democrazia reattiva. La Romania e l’Europa devono dare risposte alle ragioni enfatizzate da Georgescu, oppure averlo fermato non servirà. Quelle ragioni ci sono, vanno capite e risolte dalla democrazia liberale, che altrimenti perde e diventa a sua volta una forma di autocrazia.
Dal libro emerge che lei identifica l’Europa come via per la salvezza…
Più che altro è una speranza…
Ma vede qualche elemento concreto per alimentare questa speranza?
No, direi di no. Ma penso alla scintilla di speranza contenuta nel Manifesto di Ventotene, che fu scritto quando non c’era nessun cenno di cedimento del nazifascismo e scrivere una roba così sembrava una cosa da matti. E penso al monologo di Chaplin “Guarda in alto, Anna”, scritto mentre Hitler stava vincendo. Avere una scintilla di speranza ha un senso. Guardiamo a cosa è successo a Erevan, in Armenia, dove si è ritrovata tutta la Comunità politica europea, che significa 40 nazioni, e c’era il premier canadese Carney, insolentito e aggredito verbalmente dal presidente Usa. E stavano tutti lì, con a est dittature orribili come quella russa e quella cinese e a ovest un signore che ha deciso di tradire l’Occidente per come lo conoscevamo – dalla Nato al sistema di valori – a mio avviso in nome di una reale fedeltà di Putin. Trump oggettivamente lavora per Putin, poi se ci sono anche ragioni soggettive lo racconterà la storia. E in mezzo a queste due cose c’è la povera Europa, rappresentata da una delle donne più deboli in politica che io abbia mai visto, Ursula von der Leyen, che ha alle spalle la ingiustamente santificata Merkel.
Mi pare che il “filo d’argento” della speranza, di cui parla nel libro, nella sua visione sia parecchio sottile…
Eppure c’è. L’Europa è debolissima, ma è l’unica cosa che abbiamo e non è impossibile che si alzi in piedi. Ha anche un esercito europeo: l’esercito ucraino, un milione di persone in armi che da 4 anni e mezzo tengono fermo un criminale. Si tratta di trovare il coraggio di reagire. Io spero che la presidente del Consiglio continui in quella che mi pare una promettente marcia di avvicinamento all’Ue, visto che anche la sponda trumpiana non c’è più e a Erevan Meloni ha usato accenti molto più espliciti nei confronti di Trump di quanti ne avesse avuti mai.
Lei parla di Trump come del “pericolo più grande”. D’altra parte, anche nei confronti di Obama e Biden non fa un bilancio particolarmente lusinghiero. Inoltre, dello stesso Trump ha detto che è un “epifenomeno”. Qual è, dunque, il fenomeno?
La caduta della verità della parola. Da vent’anni noi neghiamo alle parole la loro dignità. Questo non se lo inventa Trump. Trump arriva nella caduta totale dei nostri valori, del nostro modo di parlare, della crisi della nostra società occidentale come l’abbiamo sempre concepita. Quanto a Obama, l’ho molto amato, ma in politica estera ha fatto danni terribili, mentre la colpa di Biden è aver coperto per un anno e mezzo il proprio decadimento, impedendo ai democratici di scegliere un candidato apprezzabile. Se c’è Trump è colpa di Biden.
Pensa di aver scritto un libro ideologico?
La prima risposta è no, la seconda risposta è sì: la mia ideologia è la democrazia liberale. Anzi, tutto sommato, mi auguro di aver fatto un libro ideologico. Non credo si possano scrivere libri onesti senza interpretarli con le lenti della propria cultura, della propria visione. Né il giornalista né lo scrittore possono essere neutrali, altrimenti fanno i registratori. Ognuno interpreta la realtà attraverso la propria cultura, il proprio sentimento, la propria storia. L’importante è dire con onestà ciò che si è.
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