Quale idea di futuro?
La Ferrari Luce non è un’automobile: è un banco di prova culturale. E poteva andare meglio
Il problema della Ferrari Luce non è l'elettrico, ma il tradimento dello spirito del Cavallino: è più vicina al minimalismo impersonale e tecnocratico della Silicon Valley che al linguaggio estetico di Maranello
L’automobile è stata, prima di ogni altra cosa, un’idea di futuro impellente e imminente. Un simbolo di superamento del limite umano, di dominio della tecnica, di accelerazione del tempo storico. E forse nessun movimento artistico e culturale ha saputo comprenderlo meglio del Futurismo italiano.
La bellezza di «un’automobile ruggente»
Quando Filippo Tommaso Marinetti, nel Manifesto del Futurismo del 1909, scriveva che «un’automobile ruggente è più bella della Nike di Samotracia», stava affermando che la modernità aveva ormai sostituito la contemplazione con la velocità, la staticità con il dinamismo, la nostalgia con la potenza della macchina: il motore diventava estetica; il rombo diventava poesia; la velocità diventava filosofia.
L’Italia, in quel momento storico, comprese qualcosa che oggi sembra essersi smarrito: la tecnologia non deve giustificarsi ideologicamente, al massimo deve trovare la forza nella metafisica e nella proiezione artistica. Deve spingere l’uomo oltre sé stesso. I futuristi celebravano il metallo arroventato, le geometrie del movimento, la forza meccanica. Luigi Russolo con Dinamismo di un’automobile, Giacomo Balla con Velocità d’automobile + luci + rumori, Umberto Boccioni con la sua ossessione per il moto continuo, Fortunato Depero con le sue città meccaniche e verticali: tutti raccontavano la stessa intuizione.
Una stagione di auto visionarie
La macchina era il sintomo di una civiltà che si stava ri-affermando, nulla aveva a che fare con il materialismo. In quegli anni nacquero automobili che ancora oggi sembrano provenire dal futuro. La Isotta Fraschini divenne il simbolo di un lusso tecnologico che conquistò Hollywood e l’immaginario mondiale. Le Duesenberg americane trasformarono l’automobile in una scultura dinamica. La Phantom Corsair del 1938, con la sua linea aerodinamica quasi extraterrestre, sembrava anticipare di decenni il design contemporaneo. Persino il mito della Duesenberg Coupé Simone, pur essendo frutto di una narrazione inventata, ebbe successo proprio perché incarnava perfettamente quell’estetica visionaria che il Novecento aveva imparato ad associare all’automobile.
Erano anni in cui l’innovazione non aveva bisogno di slogan morali e moralisti per essere legittimata e in cui non serviva costruire una retorica salvifica attorno alla tecnica. L’innovazione esisteva perché l’uomo desiderava andare oltre, più veloce, più lontano, più in alto, più avanti ancora. Negli ultimi decenni, invece, il dibattito sulla mobilità è stato spesso schiacciato da una sovrastruttura ideologica che ha trasformato la questione ambientale in una religione civile.
L’elettrico elevato a dogma morale
Il risultato è stato un impoverimento culturale del concetto stesso di innovazione con l’elettrico che, anziché essere presentato come una tecnologia da studiare, migliorare e integrare nel grande ecosistema della mobilità, è stato elevato a dogma morale. Il settore green è un settore economico, industriale e finanziario come tutti gli altri. Produce investimenti, genera profitti, crea interessi.
Ciò che invece appare profondamente sbagliato è attribuirgli una superiorità etica assoluta, quasi mistica, come se l’innovazione tecnologica dovesse necessariamente passare attraverso una forma di espiazione ambientale permanente. La tutela ambientale è una questione seria. Si possono integrare e permeare reciprocamente, certo, ma è altra cosa rispetto alla libertà creativa della tecnica e della ricerca.
Innovazione vs religione tecnocratica
L’elettrico va sviluppato non perché imposto da una narrativa ideologica, che come visto altro non è che un nuovo settore del capitalismo, ma perché rappresenta una possibilità tecnologica straordinaria. Così come vanno sviluppati il motore termico evoluto, l’idrogeno, i carburanti sintetici, il gas e ogni altra forma di propulsione capace di ampliare le possibilità umane al fine di proiettarci oltre i limiti conosciuti. All’Uomo serve un’innovazione continua, non una nuova religione tecnocratica di stampo energetico.
La Ferrari Luce: un banco di prova culturale
Ed è qui che entra in gioco la nuova Ferrari Luce. La prima Ferrari completamente elettrica, dal nome indiscutibilmente evocativo e poetico, rappresenta una frattura storica e quindi di rilievo, ma anche un banco di prova culturale. La discussione nata attorno a questa vettura, nel bene e nel male, dimostra che l’automobile continua ad avere un valore simbolico enorme. È ancora un oggetto identitario, quasi metafisico, simbolo un po’ di tutti i figli d’Italia.
Un problema simbolico, non tecnologico
Le polemiche esplose dopo la presentazione raccontano proprio questo, con chi la considera un tradimento dello spirito Ferrari e chi invece ne apprezza il coraggio progettuale e la radicalità contemporanea. Eppure il punto centrale non dovrebbe essere la nostalgia. La Ferrari ha sempre rappresentato l’idea di spingersi oltre il limite tecnico del proprio tempo, ed è proprio per questo che alcune scelte della Luce lasciano perplessi non sul piano tecnologico, ma su quello estetico e simbolico.
Se Maranello cede il passo alla Silicon Valley
L’automobile sportiva, nella tradizione italiana, non ha mai incarnato solo la semplice prestazione: è stata teatralità, seduzione, aggressività visiva, desiderio. Il design italiano – ma non solo – del Novecento ha insegnato al mondo che la forma non è un dettaglio secondario della tecnica, ma che è parte integrante della tecnologia stessa.
Nelle prime immagini della Luce sembra invece emergere una filosofia differente, molto più vicina al minimalismo impersonale e tecnocratico, a tratti uniforme e grigio, della Silicon Valley, che al linguaggio estetico storico di Maranello. Il rosso Ferrari, simbolo universale di passione, velocità e riconoscibilità, viene quasi abbandonato nelle prime immagini diffuse.
Le linee perdono quella tensione al cardiopalma che ha sempre caratterizzato le supercar italiane e assumono tratti più vicini a un prodotto globale standardizzato, quasi anonimo, talvolta simile a certe utilitarie sportive asiatiche. Ma sarebbe un errore anche trasformare questa critica estetica in un rifiuto della tecnologia elettrica. De gustibus…
Un’innovazione senza immaginazione
Il problema, qui, è che l’innovazione abbia apparentemente perso l’immaginazione. L’automobile del futuro dovrà tornare a essere un oggetto visionario, dovrà emozionare, sorprendere, provocare. Dovrà avere il coraggio di essere bella, potente, estrema. Dovrà continuare quella tradizione che parte dall’Itala del Raid Pechino-Parigi, attraversa le Isotta Fraschini degli anni Venti, le concept visionarie degli anni Trenta e arriva fino ai laboratori contemporanei.
I futuristi lo avevano capito oltre un secolo fa: l’uomo cresce quando osa superare i propri limiti attraverso la tecnica e l’estetica. E l’automobile resta ancora oggi una delle forme più straordinarie con cui questa tensione verso il futuro prende forma concreta. Il futuro della mobilità, stradale, aerea, navale o interplanetaria, ci auguriamo che sia ruggente. Indipendentemente da che rumore farà.