Un atto davvero libero?
Il caso Wendy Duffy e il fallimento di una società che non sa più curare il dolore
La donna, medicalmente sana, ha fatto ricorso al suicidio assistito perché non riusciva più a sopportare la sofferenza provocata dalla morte del figlio
Ci risiamo, un’altra persona medicalmente sana ha ottenuto, a suon di quattrini, lo scorso 24 Aprile, la morte per suicidio assistito in una clinica svizzera; o meglio sarebbe da dire l’ennesimo caso che ha fatto clamore mediatico, perché purtroppo non è l’unico e non sarà l’ultimo. Wendy Duffy, infermiera inglese di 56 anni, ha perso il figlio ventitreenne nel 2022, in un tragico incidente domestico, soffocato da un pomodorino dentro il panino che la stessa madre gli aveva preparato.
Il suicidio assistito delle persone medicalmente sane
La povera donna non è riuscita ad elaborare un lutto così tremendo, così dopo 4 anni passati tra antidepressivi e angoscia che la divorava lentamente, non ha retto più e, pagando diecimila sterline a una clinica svizzera, ha lasciato questo mondo. Questo caso è solo la punta dell’iceberg di una serie di morti avvenute col concorso clinico nell’ultimo anno, dove non si parla di malati terminali, ma di persone medicalmente sane, con gravi disagi psicologici, dovuti ad esperienze traumatiche.
Il salto di qualità eutanasico e la rottura dell’argine morale
Se prima il dibattito era incentrato quasi esclusivamente sull’eutanasia per malati terminali, oggi assistiamo ad un “salto di qualità”: il suicidio assistito per persone che soffrono troppo e non riescono a portare il peso di questa sofferenza.
Questo significa due cose, la prima che quando apri ad alcune pratiche, pensando di circoscriverle a “casi limite”, in realtà poi diventano vie ordinarie per risolvere problemi (se non si riesce ad eliminare la sofferenza si elimina il sofferente); la seconda, che quando apri a una possibilità come quella di chiedere la morte di Stato, gradualmente le persone che vi faranno riscorso aumenteranno, persone che magari prima non avrebbero preso neanche in considerazione l’idea di “farsi aiutare ad uccidersi”.
Il caso del Canada
Il Canada è un caso emblematico, dal 2016 (anno di entrata in vigore della legge sull’eutanasia) a oggi, i criteri di accesso alle pratiche eutanasiche si sono allargati dai malati terminali ai cronici, fino alla prevista discussione per estenderli alle malattie mentali nel 2027. I numeri di chi ha fatto ricorso a queste pratiche, sono aumentati drasticamente di anno in anno, passando dai 1.018 morti del 2016 agli oltre 17.000 del 2025. Rotto l’argine morale, non ci sono più eccezioni o casi limite, ma solo un’accettazione ordinaria della pratica eutanasica.
La questione morale e la vita come bene in sé
Il tema dietro queste pratiche eutanasiche è la sofferenza insopportabile, che andrebbe a minare la dignità della vita umana e che quindi renderebbe la stessa non degna di essere vissuta. Ma il punto centrale è come rispondiamo a questa sofferenza, come ci prendiamo cura di chi soffre e, quindi, quanto siamo veramente comunità, letteralmente da “mettere in comune”, anche il dolore.
Il dilemma di Camus
Già il filosofo Albert Camus si domandava se la vita valga o meno la pena di essere vissuta, identificando nel suicidio l’unico vero problema da prendere in considerazione per la filosofia. Effettivamente tolta la bontà o meno della vita, il resto ha poco senso.
Il tema degli “standard”
Il punto è che oggi in Occidente, la cultura prevalente sembra essere quella di inquadrare la vita non come un bene in sé, ma come una “possibilità di bene”, solo se corrispondente a determinati standard che siano sociali, economici o psicologici. Se si accetta questo, unito al diritto di autodeterminazione dell’individuo slegato da ogni valore o dinamica sociale, ecco che si arriva a consentire a una madre disperata di togliersi la vita col beneplacito dello stato.
Un atto libero?
Ma chiedere di morire è veramente un atto libero? Alla base della scelta di Wendy Duffy c’è veramente una scelta libera? Ora un atto è detto veramente libero quando è privo da condizionamenti esterni, che non alterino la valutazione del fine verso cui l’atto volontario è teso, un’azione è veramente libera quando si ha la piena vertenza di quello che si sta facendo. Ci chiediamo come una enorme sofferenza psicologica, come quella di Wendy Duffy, non abbia veramente condizionato l’atto della stessa e, se quest’ultimo quindi, sia stato veramente libero o suggestionato da fattori esterni che ne hanno alterato la valutazione a monte. La risposta, pensiamo che sia abbastanza scontata.
La rottura del legame sociale e medico della cura
Il punto allora è come rispondiamo al dolore altrui, partendo dal presupposto che non si può eliminare la sofferenza da questo mondo, non si può nemmeno pretendere di medicalizzarla e basta, andrebbe compresa, ascoltata, accompagnata, accolta. È il lato umano che manca in questa ennesima tragedia, una società che non è in grado di abbracciare una mamma disperata, dicendole “la tua vita è importante, non sei sola, se stai soffrendo soffriamo insieme”, possiamo tranquillamente dire che è una società che ha fallito nel suo essere societas, nello stare insieme agli altri. Se restiamo nel campo sanitario poi, l’eutanasia o il suicidio assistito sono esattamente il contrario di un atto medico, sono la rottura del legame di cura che dovrebbe esserci verso il paziente. Curare una persona vuol dire letteralmente prendersene cura, aldilà del fatto che il paziente possa guarire o meno.
Una atto “contro natura”
Chiedere di morire è un atto contro natura e, la vita delle persone non riguarda solo il singolo, ma le coscienze di tutti, specialmente se entra in gioco lo Stato in modo diretto, o indiretto, permettendo a delle “cliniche” di attuare queste pratiche in modo legale. Se l’istinto di conservazione della specie è uno dei primi istinti vitali che riscontriamo nel mondo animale e vegetale, nell’uomo, “animale metafisico”, oltre agli istinti troviamo la capacità di conoscere il bene e dirigere i propri atti verso il bene conosciuto, grazie all’intelletto e alla volontà. Se qualcuno non riconosce più la sua vita come un bene, a causa di una grande sofferenza, senza giudicarlo, forse dovremmo trovare la capacità di abbracciarlo e dirgli che per noi è importante a prescindere, una società sana non può istituire il suicidio per legge. Restiamo umani, ma per davvero.
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