Locandina choc
Grilz, Biloslavo, Micalessin e Menia a testa in giù. Dove sono le sentinelle democratiche?
Nostalgici degli anni di piombo, antifascisti da operetta (senza fascismo), caricati a salve dai cattivi maestri mai andati in pensione. Si fanno chiamare “Orme ribelli” e a Trieste si sono resi protagonisti di una pessima pagina di cronaca, perché la politica è una cosa seria. Nell’indifferenza generale dei media distratti, dei politici progressisti, impegnati a processare Palazzo Chigi, in altre occasioni molto solerti nel denunciare e solidarizzare con le vittime.
Grilz, a Trieste la manifestazione antifa contro il reporter ucciso in Mozambico
Ossessionati da Almerigo Grilz, il primo giornalista italiano ucciso (con la telecamere in mano) su un fronte di guerra, in Mozambico, dalla fine del secondo conflitto mondiale, dipinto come un pericoloso “picchiatore nero”, hanno promosso l’ennesimo raduno antifa nell’ateneo triestino. Nel chiedere l’aula al Rettorato i bravi ragazzi della rete link (vicini al Pd) non hanno chiarito il vero motivo dell’assemblea “contro i nuovi e vecchi fascismi”. Ma il tam tam sui social per la chiamata ‘alle armi” non lascia dubbi. È corredato da una vergognosa grafica che ritrae Grilz, i reporter triestini Fausto Biloslavo e Gian Micalessin (amici fraterni di Almerigo e fondatori di Albatross Press Agency) il senatore di FdI, Roberto Menia, e l’assessore regionale Fabio Scoccimarro a testa in giù. Un richiamo esplicito alla mattanza di Piazzale Loreto. Un manifesto di odio e rancore ideologico, un’iconografia che richiama all’umiliazione del nemico e alla vendetta. La rettrice, Donata Vianelli, annusata la “truffa”, ha ritirato l’autorizzazione sottraendo gli studenti al palco degli antifa smaniosi di infangare la memoria di Almerigo Grilz.
Grilz, Biloslavo, Micalessin a testa in giù, ma la stampa tace
Ce l’hanno con chi ha osato restituire alla memoria nazionale la vita e la storia del reporter triestino, chi ha promosso il premio Giornalistico in sua memoria, chi ha prodotto un film sulla vita del reporter di guerra, spinto dalla sua grande passione di documentare i conflitti ignorati nel Medio Oriente, in Asia e in Africa. Inutile dire che il manipolo di antifascisti ha occupato abusivamente un altro spazio per l’esibizione anti Grilz. Fin qui la cronaca. Con relativa ipotesi di querela da parte dell’assessore della giunta Fedriga. Amareggiato “nel vedere dei ragazzi sprecare le proprie energie nell’odio e nella ricerca di nemici immaginari. Anziché impegnarsi per costruire qualcosa. La politica seria, infatti, non si nutre di rancore, ma si basa su valori veri”.
Silenzio assordante dei media e dei politici progressisti
Ma il dato più pericoloso e irritante non è l’iniziativa in sé, che si commenta da sola, ma il silenzio assordante dei media, degli opinionisti, dei comunicatori social. Non una parola di solidarietà ai giornalisti ritratti a testa in giù dall’Ordine dei giornalisti né dalle vestali della democrazia che siedono in Parlamento nei banchi delle sinistre. Sempre pronti in altre occasioni a gridare alla violenza, al crescente clima di odio politico, al pericolo della deriva dittatoriale. Oggi tutti muti. Tristi epigoni di una stagione drammatica che inventò lo slogan “uccidere un fascista non è reato”.
A parti invertite ci sarebbe stato lo sciopero generale
A parti invertite avremmo assistito al processo pubblico dei manifestanti, a cortei, sit in, manifestazioni e mobilitazioni di piazza. Se a venire rappresentati a testa in giù fossero stati un senatore e un assessore di sinistra e tre giornalisti di provata fede progressista (di cui uno morto) la notizia avrebbe fatto il giro dei talk show, ispirato editoriali sdegnati. E magari promosso uno sciopero generale (di venerdì ça va sans dir). Interpellato dal Secolo d’Italia il presidente dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia-Giulia, Furio Baldassi, condanna il linguaggio della locandina diffusa sul web. “Sono contrario a ogni forma di violenza, anche simbolica, e dunque non posso non condannare quest’immagine forte. Che ci rimanda a tempi peggiori e a un dopoguerra che chiaramente Trieste non ha mai superato. E la condanno – conclude – anche perché sono coinvolti dei colleghi che hanno il pieno diritto di manifestare le loro idee senza dover sottostare a intimidazioni o peggio”.
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