Chiedimi chi era
Gianna Preda, la giornalista implacabile e controcorrente che fece cadere Fanfani e fondò il Bagaglino
Giornalista, scrittrice, sceneggiatrice, firma storica della destra, soprattutto una donna controcorrente: Gianna Preda raccontò con piglio implacabile la politica del suo tempo, fuggendo per tutta la vita ogni conformismo
Giornalista, scrittrice, sceneggiatrice, firma storica della destra, soprattutto una donna controcorrente: Gianna Preda raccontò con piglio implacabile la politica del suo tempo, fuggendo per tutta la vita ogni conformismo. Nata Maria Giovanna Pazzagli si deve a Leo Longanesi il nome con cui tutti la conoscono. A lei è dedicata il primo ritratto di “Chiedimi chi era”, il racconto di chi ha fatto della penna la sua arma.
Gianna Preda, una “mujer vertical”
Scovando nella rete per raccontare di Gianna Preda ci siamo imbattuti in un articolo, datato 2011 (quindi 30 anni esatti dopo la morte della scrittrice romagnola) redatto da Maria Latella. Lo scritto è apparso sul sito 150anni che celebrava, per l’appunto, il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Alla voce italiane, scorrendo, appare la nostra Preda. «Era una giornalista, una mujer vertical», scrive la Latella. «Fosse ancora in vita, sorriderebbe sprezzante registrando i pettegolezzi su questo o quel giornalista che, dopo anni di contiguità a questo o quel Polo, di colpo rompe perché non l’hanno nominato direttore». E ancora. «Lei, la Gianna, direttore non diventò mai, forse neppure ci aveva mai pensato. Sul finire della vita, si congedò dai lettori con un articolo intitolato Per fatto personale: annunciava di avere un tumore. Un capocomico non si sarebbe comportato diversamente davanti al suo pubblico, in teatro. In quei mesi, confidò anche un rimpianto: l’aver troppo concesso alla diffidenza». Tanto potrebbe bastare, una pennellata di lettere per disegnarle l’abito su misura. Questione di affinità.
Il ricordo della sua Coriano
Coriano, il Comune in provincia di Rimini che le ha dato i natali l’11 febbraio 1921, l’ha ricordata nei mesi scorsi dichiarando che verrà, a breve, dedicata alla memoria della Pazzagli una sala polivalente della Biblioteca comunale. Sottolineando, come, nel corso del 2025 è stata candidata per l’inserimento nel progetto L’Italia delle donne – Storie invisibili di donne dimenticate, iniziativa promossa dal Dipartimento per le pari opportunità legato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Siamo sicuri sorriderebbe di queste prebende post-post-post mortem, lei che è morta di tumore a 60 anni il 6 agosto 1981.
«L’Oriana Fallaci di destra»
Ma perché siamo qui a digitare sulla testiera in sua eterna rappresentazione. Perché è stata la giornalista di destra. Anzi Marcello Veneziani la definì l’Oriana Fallaci di destra, ma siamo sicuri basterebbe questo per tratteggiarla? Per esempio, nel corso del Ventennio aveva altro da fare per essere legata alla rivoluzione di Mussolini. «Durante il Fascismo io non ho mai fatto parte dei milioni del consenso. Preferivo leggere, scolpire, disegnare, ascoltare musica e fare l’amore con il mio ragazzo». La schiettezza dei romagnoli, luogo comune certo, ma plasticamente rappresentato. Poi però nel 1943, a 22 anni, sposò Amedeo Predassi, ufficiale della milizia della Repubblica sociale italiana, trovando il posto suo nel mondo. Eppure, nonostante i litigi epici con Giorgio Almirante fu proprio quest’ultimo ad aprirle la porta sul concetto d’Italia.
Dalla carta stampata al Bagaglino
Il curriculum? Non solo pubblicista, ma anche sceneggiatrice. Prese le prime mosse al Giornale dell’Emilia e al settimanale Cronache diretto da Enzo Biagi, nientepopodimeno. Poi ci fu spazio anche per Epoca, Il Giornale d’Italia e per Il Borghese proprio di Longanesi e poi di Mario Tedeschi. Senza scodarsi le sceneggiature cinematografiche redatte e i testi forniti per gli spettacoli satirici di Oreste Lionello. Proprio assieme a Lionello contribuì alla fondazione del Bagaglino.
Quella sera a cena con Fanfani
E il suo capolavoro giornalistico? Il 20 dicembre 1965. Complici l’amicizia con la moglie di Amintore Fanfani e proprio una cena a casa del Presidente del Consiglio – per non una, non due, ma sei volte – dove incontrò il collega di partito democristiano del primo ministro, ovvero il tre volte sindaco di Firenze Giorgio La Pira. La Pira dopo aver soggiornato, nelle settimane precedenti, ad Hanoi in Vietnam e aver incontrato anche Ho Chi Minh, quella sera fu foriero di racconti e aneddoti per il registratore che Gianna Preda aveva nascosto nelle pieghe del suo vestito.
Il menù andò da Aldo Moro «molle», passando per il segretario di Stato a stelle e strisce Dean Rusk che «non capisce molto», senza dimenticare le parole di elogio in direzione Mussolini. Il pericolo comunista? «Minimale». Mentre il sogno era un governo, con Fanfani in pectore, sostenuto da Msi e Pci. Tutte parole stampate e finite in edicola grazie a Il Borghese. L’articolo costò il ministero (in quel momento degli Esteri) ad Amintore Fanfani.
Leggere Gianna Preda per guardare dentro le lenti del ‘900
Chi scrive Gianna Preda l’ha conosciuta nelle confessioni di Fiori per io, un testo pubblicato qualche mese dopo la morte. Ma per chi è questo omaggio floreale? L’aneddoto arriva da quando lei era bambina, in piena era fascista. Venne selezionata come scolara, dal suo istituto, per premiare con un mazzo di fiori Donna Rachele, la moglie del Duce. Fascia tricolore in testa, la tensione e l’emozione in un misto. Fino a quando Rachele Guidi si presenta al suo cospetto e le chiede: «Questi fiori sono per io?». Errori lessicali che turbano la giovinetta, che imperterrita chiede lumi alla sua professoressa che non può contraddire la first lady mussoliniana. Licenza poetica. Leggere gli articoli, i racconti, le pause, la politica, gli umori, gli uomini e le donne di Gianna Preda è guardare dentro le lenti del ‘900 prima, dopo e durante la guerra. Un balsamo da spalmare sopra l’editoria usa e getta dei tempi nostri.
Ultima notizia
La finale il 16 maggio
Eurovision 2026, boom social per Sal Da Vinci: “Per sempre sì” fa ballare tutta Vienna
Cronaca - di Marcello Di Vito