Cronaca ideologizzata
Garlasco, né Stasi né Sempio, per Saviano il colpevole è sempre e solo uno: il governo. L’ultima delirante sentenza
Ci mancava l’ultima delirante teoria anti-governo… E stavolta, pur di arrivare a sentenza Saviano discetta sulla cronaca e sul caso numero uno sotto i riflettori: il giallo di Garlasco. Era un po’, forse un po’ troppo per i suoi gusti, che l’indomito scrittore non dispensava pillole della sua “saggezza giornalistica”, così ha pensato di tornare alla carica: e grazie all’assist di Repubblica, sempre pronta a fargli da pulpito mediatico, è tornato sulla scena.
Del resto si sa, non c’è fatto di cronaca, vecchia o nuova, che il cronista militante non riesca a piegare al proprio teorema ideologico. L’ultimo bersaglio dello scrittore, dalle colonne del quotidiano diretto da Mario Orfeo, è il caso Garlasco, trasformato nell’ennesima clava per attaccare il governo di centrodestra. Secondo Saviano, il ritorno d’attenzione mediatico sulle nuove indagini non sarebbe giornalismo, ma una raffinata operazione di “distrazione di massa”. Il leitmotiv del teorema? Un grande classico: il complotto…
Caso Garlasco, l’ultima delirante tesi di Saviano: «È una operazione di distrazione di massa»
O meglio, un “grande imbroglio” ordito dal governo nel segno di una operazione di distrazione di massa rispetto a casi e processi a sua detta ben più significativi. Per l’autore di Gomorra, il pubblico che s’interessa al giallo di Chiara Poggi è vittima di un disegno politico: «Un Paese che discute di Sempio è un Paese che non discute di Delmastro», sentenzia il guru del mainstream, aggiungendo che se il true crime sostituisce lo studio della criminalità organizzata «non è per caso, ma per scelta politica». Insomma, secondo Saviano, il governo muoverebbe i fili di podcaster, esperti e giornalisti per coprire inchieste come “Hydra” o le vicende dell’esecutivo.
Il teorema del complotto che fa acqua da tutte le parti…
Una teoria che unendo i puntini di vicende tra le più disparate lo porta mettere insieme in un guazzabuglio di collegamenti arditi casi di nera come i delitti di Avetrana e Garlasco con inchieste giudiziarie a sfondo politico. «Un Paese che discute di Sempio è un Paese che non discute di Delmastro. Un Paese che si appassiona al delitto di Avetrana è un Paese che non si accorge che l’inchiesta Hydra esiste e mina le fondamenta della città più corrotta d’Italia, Milano» sentenzia Saviano. Poi l’inciso: «Sappiate che, se il true crime ha sostituito lo studio del crimine organizzato, non è per caso, ma per scelta politica».
Il solito convitato di pietra delle sceneggiature di Saviano: il governo
Quindi la deduzione sensazionalistica da classico colpo di scena: «Chi controlla dove guardi, controlla cosa pensi e chi controlla cosa pensi, controlla cosa puoi pretendere dalla democrazia. Non chiamatelo giornalismo. (…) Chiamatelo per quello che è, distrazione di massa». Quindi, il gran finale: «Mentre Garlasco riempie ore di palinsesto, a Crotone è in corso il processo per la strage di Cutro». Casi, procedimenti, protagonisti e vittime distanti tra di loro ma legati, a detta di Saviano, sempre e comunque dallo stesso convitato di pietra sulla scena: il governo.
Da Garlasco a Cutro l’insulto del paragone tra le vittime firmato Saviano
E allora, è soprattutto nel paragone tra Garlasco e Cutro che lo scrittore tocca il fondo del cinismo sociologico. Saviano divide le tragedie in serie A e serie B in base al censo e al colore della pelle: «Chiara era bianca e borghese, loro neri e poveri». Per lui, la villetta di Garlasco è il “format perfetto” perché rassicurante. Mentre il dramma dei migranti sarebbe oscurato da poteri neanche troppo occulti. Arriva a scrivere: «Oggi una ragazza italiana uccisa nel 2007 vale, mediaticamente, infinite volte più di 94 stranieri morti nel 2023».
Saviano contro tutti dai giornalisti in su
Nel suo delirio di superiorità, Saviano sbeffeggia anche i nuovi professionisti dell’informazione, liquidando il lavoro d’inchiesta sui podcast come roba da chi “non ha mestiere” e usa «un microfono, una libreria finta, un faretto ad anello e nasce l’esperto»… La verità è più semplice: a Saviano dà fastidio che la cronaca cammini senza il suo permesso. Attacca il “sistema” perché non ne è più l’unico protagonista. E alla fine della fiera di complotti e deliri, verità in tasca e presunti retroscena, tra un parallelismo forzato e un attacco frontale a Palazzo Chigi, resta l’amaro in bocca provocato da chi strumentalizza persino il ricordo di una ragazza uccisa pur di guadagnare un titolo contro il governo, per Saviano sempre e comunque unico imputato sulla scena.
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