Cortocircuiti
Discriminato perché maschio bianco: il paradosso dell’antirazzismo esplode al New York Times
Un redattore ha citato la testata in giudizio con il supporto della commissione per le pari opportunità. La testata nega discriminazioni, ma il caso riaccende il dibattito sugli effetti distorti delle pratiche di “diversità e inclusione”
C’è un filo sottile che lega il cortocircuito americano. È lo stesso filo che passa da un articolo polemico, quasi rabbioso, e finisce dentro un’aula di tribunale. Da una parte c’è la narrazione. Dall’altra, i fatti. Lo racconta già da tempo Christopher F. Rufo, intellettuale conservatore italoamericano, riferendosi a un’America attraversata dalla febbre woke. Una stagione in cui l’antirazzismo ha cambiato segno, trasformandosi in qualcosa di diverso, quasi speculare. Non più solo difesa delle minoranze, ma critica sistematica della maggioranza. Non più inclusione, ma riequilibrio forzato.
Il diktat dell’élite culturale che pretende di riscrivere la storia
L’élite culturale che pretende di riscrivere la storia. Che decide chi deve parlare, chi deve emergere, chi deve fare un passo indietro. Poi, all’improvviso, arriva una storia vera, che si può toccare con mano. Carne e sangue. Un redattore del New York Times resta fuori da una promozione. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Ma questa volta non è solo una carriera che si inceppa. È un’inversione a U della meritocrazia. Perché quell’uomo dice: non è successo per caso. Non è stato merito, o demerito. È stato perché sono quello che sono: maschio e bianco. E allora quella parola, discriminazione, che per decenni ha avuto un verso preciso, comincia a contorcersi. Lentamente. Quasi controvoglia.
Il caso del New York Times
A raccogliere quanto è accaduto è la Equal Employment Opportunity Commission. E tira fuori una legge che sembra arrivare da un altro secolo, ma che è ancora lì, intatta, pronta: il Civil Rights Act del 1964 (firmata dal presidente dem Lyndon B. Johnson, un democratico del Sud). Una legge nata per proteggere chi non aveva spazio. Per dire che nessuno può essere escluso per quello che è. Nessuno. E qui la questione smette di essere lineare. Diventa circolare. Quasi ironica. Perché quello che definiamo deriva woke (l’idea che le istituzioni cerchino di correggere il passato attraverso quote, obiettivi, rappresentazioni) si materializza in un’accusa concreta: quella stessa correzione avrebbe prodotto un’ingiustizia nuova. In 3 parole: razzismo al contrario.
Se a denunciare la discriminazione è un maschio bianco
Il New York Times nega. Parla di politica, di costruzioni ideologiche. Rifiuta la trama che altri stanno scrivendo per lui. E forse è proprio qui, nel mezzo, che la storia diventa interessante. Non tanto per stabilire chi ha ragione. Ma per capire cosa sta succedendo. Perché c’è stato un tempo (lungo, documentato, indiscutibile) in cui la discriminazione aveva un volto chiaro. E c’è un presente in cui quel volto si moltiplica, si confonde, si ribalta. In cui le categorie non bastano più a spiegare tutto. E allora resta una sensazione che fa male: stiamo vivendo una fase in cui la giustizia prova a correggere la storia, ma non sempre riesce a evitare di creare nuove fratture in cui un uomo bianco, magari, guarda una porta chiudersi solo per il colore della pelle.
L’effetto di punire la maggioranza invece di aiutare le minoranze
Una domanda, semplice e scomoda, attraversa tutto: quando si prova a riequilibrare il mondo, chi decide dove fermarsi? Forse non è solo una domanda americana, perché da almeno dieci anni in molti posti di potere è emersa una nuova linea anche in Europa. In molti sono saliti sul carro della “diversità e inclusione”, dichiarandosi “antirazzisti”. E solo troppo tardi si scopre che la resa dei conti razziale non serve ad aiutare le minoranze, ma a punire una maggioranza silenziosa. Troppo bianca e occidentale per essere promossa.
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