Restituire la complessità
De Maistre, l’uomo che aveva previsto i limiti di un’Europa senza leader credibili. Il libro di Pedrizzi
De Maistre è stato, durante due secoli, presentato nei modi più contrastanti, con interpretazioni spesso inesatte in quanto incomplete e unilaterali. Il saggio ne restituisce la dimensione di «conservatore contro le ideologie»
Per gentile concessione della Solfanelli Edizioni, pubblichiamo un capitolo del libro “Joseph De Maistre. Un conservatore contro le ideologie“, di Riccardo Pedrizzi, presentazione di Marcello Veneziani, prefazione di Giuseppe De Lucia Lumeno.
De Maistre: l’uomo e le opere nel suo tempo
Forse perché esponente di un mondo completamente o definitivamente travolto; forse perché difensore ed esaltatore di una Chiesa e di uno Stato che hanno, ormai, abdicato alle loro fondamentali funzioni; forse perché la sua Weltanschauung può essere accettata solo da pochi uomini; certo è che neppure quelle istituzioni e quelle forze politiche che dal suo pensiero e dalle sue argomentazioni politiche e filosofiche avrebbero potuto trarre vigore e capacità di reazione alle tesi democratiche ed alla cultura cosiddetta di avanguardia e moderna, hanno voluto o saputo rivalutare Joseph de Maistre.
Premettiamo che riprendere il discorso su de Maistre non vuole significare altro che riaffermare la validità del pensatore politico e del filosofo della tradizione cattolica, testimone di un particolare, movimentato, drammatico periodo dell’Europa: quello della Rivoluzione Francese, della vicenda napoleonica e della Restaurazione autoritaria e cattolica.
De Maistre è stato, durante due secoli, presentato nei modi più contrastanti: ora come apologeta del boia, ora come un buon padre di famiglia e gentiluomo di antica razza, ora come restauratore di un sistema politico europeo scosso dalla rivoluzione e che doveva essere riportato alla stabilità ed alla purezza originaria. Non occorre neppure dire che tutte queste interpretazioni sono perlomeno inesatte in quanto incomplete ed unilaterali.
De Maistre è un pensatore equilibrato che non si lascia trasportare dalla passione ad affermazioni gratuite che si ritorcerebbero contro di lui. Con ciò non si vuol dire che tutte le sue idee siano accettabili ed ancor oggi valide, ma che egli fu un pensatore profondo, fornito di grandi doti e di una saldissima base dottrinaria.
Joseph de Maistre nacque a Chambéry, nella Savoia, il 1° aprile 1753 da una antica famiglia savoiarda che aveva sempre servito fedelmente i sovrani sabaudi (il padre, Fraçois Xavier, era magistrato del regno e membro del Senato); fu educato, come era ormai tradizione familiare, dai gesuiti, cui rimase sempre molto legato durante tutta la sua vita, anche nella lontana Russia dove ebbe frequenti rapporti con i gesuiti del convento di Polochi (va detto fra parentesi che la famiglia de Maistre considerò come lutto personale l’allontanamento della Compagnia di Gesù dalla Francia ed ancora tempo fa gli educatori del Nostro, nel centenario della sua morte, gli dedicarono su “La Civiltà Cattolica” una commossa rievocazione: ciò fa intendere quanto fossero stretti i rapporti che lo legavano a quell’ordine. Oggi sarebbe impensabile una simile benevolenza). A Torino seguì i corsi di diritto all’Università; rientrò a Chambéry nel 1774 dopo la laurea e fu nominato “sostituto aggiunto dell’avvocato fiscale generale del Senato”. A trentaquattro anni divenne senatore del Regno, succedendo al padre, e condusse una vita tranquilla fino al 1790: si era sposato nel 1786, circondato dai due figli, Adèle e Rodolphe (il terzo Constance, sarebbe nato tre anni dopo), studiava ed accumulava masse di appunti.
La Rivoluzione Francese cambiò il corso della sua vita, spingendolo ad impugnare la penna per combattere quei principì, da lui considerati completamente nefasti. L’avvenimento con i suoi morti ed il suo sangue lo colpì in maniera determinante, anche perché nel 1792 fu costretto ad andare in esilio (per l’occupazione, da parte delle truppe repubblicane, della Savoia) prima ad Aosta, poi fu costretto a tornare a Chambèry e infine si rifugiò a Losanna. Qui visse poveramente, finché non ottenne dal re di Sardegna di mantenere i contatti tra Svizzera e Savoia occupata. Scrisse vari opuscoli anonimi contro la Rivoluzione, incominciò e non concluse il suo “Étude sur la souveraineté” (edito solo nel 1879), stese e pubblicò anonime nel 1796 le “Considèrations sur la France”. Sul finire del 1797 fu richiamato a Torino da Carlo Emanuele IV dove giunse nel marzo 1798; ma nel gennaio dell’anno seguente, di nuovo, si rifugiò a Venezia, per non sottostare alla capitolazione del re e alla rinunzia dei territori subalpini (9 dicembre 1798). Sconfitti i francesi, torna a Torino dove apprende di essere stato nominato reggente della Cancelleria sarda. Dopo la pace di Amiens, Vittorio Emanuele I, succeduto a Carlo Emanuele IV, lo nomina ministro straordinario e plenipotenziario a Pietroburgo (vi giungerà il 13 maggio 1803 dopo due mesi di viaggio in carrozza), dove nel 1805 lo raggiungeranno il figlio Rodolphe e il fratello Xavier con incarichi politici. Qui porta a termine varie opere e inizia le famose “Soirées de Saint-Petersburg” che vennero però pubblicate postume. La famiglia lo raggiunge al completo nel 1814. Poi, su richiesta dello Zar, viene richiamato in patria: s’imbarca sull’Hamburg il 27 maggio 1817. Passa per Parigi. E’ a Torino. Nel 1818 viene nominato ministro di Stato. Nel 1819 pubblica il “Du Pape” scritto in Russia. Proprio in quel tempo in cui erano iniziati a divampare, dalla Spagna all’Italia, i moti rivoluzionari che avrebbero preso il nome fantasioso di “moti per l’indipendenza nazionale”, il 26 febbraio 1821, moriva Joseph de Maistre, rivolgendo il suo ultimo pensiero all’Europa e dopo aver terminato di rivedere le sue “Soirées” che saranno pubblicate poco dopo la sua scomparsa.
Abbiamo già notato come “la rivoluzione francese colpì il conte in maniera determinante”: ed è vero, perché la sua maturazione intellettuale, le sue conclusioni politiche e filosofiche derivano tutte dall’esperienza che egli fece dell’episodio più decisivo per lo scatenamento delle masse europee. Il grande e tragico cataclisma che si abbatté sulla Francia e che pareva doverla distruggere dalle fondamenta senza speranza di resurrezione aveva viva rispondenza nell’animo di de Maistre. Egli, infatti, amava profondamente la Francia e la sua Monarchia e pur restando fedele e devoto suddito di Casa Savoia, non poteva, dunque, sentire estranei e lontani gli avvenimenti che sconvolgevano la sua patria spirituale.
Inoltre, egli, profondamente cattolico, dovette restare colpito non tanto per la situazione in cui il terrore gettò la Francia in quell’epoca, quanto per la profonda irreligiosità che caratterizzava il moto.
“Senza dubbio vi sono sempre stati vizi nel mondo (…). Ora, quantunque vi siano stati sempre empi, non vi era mai stata, prima del XVIII secolo, e in seno al Cristianesimo, una insurrezione contro Dio; non mai si era veduta sopratutto una congiura sacrilega di tutti i talenti contro il loro autore; or, questo è ciò che abbiamo veduto ai nostri giorni. Gli uomini di questo secolo hanno prostituito il genio alla irreligione, essi hanno fatto la guerra a Dio con gli stessi suoi doni: ‘Ils ont guerrjè Dieu de ses dons’ (…).
Gli scrittori dell’epoca non trattano più il Cristianesimo come un errore umano senza conseguenze; lo perseguitano come un nemico capitale, lo combattono fuor di modo; è una guerra a morte; e ciò che parrebbe incredibile se non avessimo la triste prova sottocchi, si è che molti di questi uomini che chiamansi filosofi, si sollevarono dall’odio del Cristianesimo sino all’odio personale contro il Suo Divino Autore. Essi lo odiarono realmente come si può odiare un nemico vivente…”[2]. Ma quello che più meraviglia o spaventa è il carattere meccanico, quasi demònico della rivoluzione. Stralciamo, dal Nostro, questi brani che ci sembrano particolarmente significativi: “Quel che maggiormente sorprende nella rivoluzione francese è quella rapida forza che abbatte tutti gli ostacoli…”; “Si è molto ragionevolmente osservato che la rivoluzione francese guida gli uomini più che questi non guidano la rivoluzione medesima”; “Gli scellerati stessi i quali per che regolino la rivoluzione, vi entrano solo come semplici strumenti, ed appena pretendono di dominarla, cadono vilmente”; “Robespierre, Callot o Barrère, non pensarono giammai di stabilire il governo rivoluzionario ed il regno del terrore, vi furono portati insensibilmente dalle circostanze…”; “Finalmente, quanto più si esaminano i personaggi della rivoluzione più attivi in apparenza, tanto più trovasi in loro qualche cosa di passivo e di meccanico”; “Nella rivoluzione francese avvi un carattere diabolico che la distingue da tutto ciò che finor si è veduto”[3].
Di tutte le idee rivoluzionarie de Maistre dovette assistere con sgomento alla diffusione ad opera di chi, pur innalzando il simbolo imperiale e pur desiderando la stessa consacrazione romana, restò sempre il figlio più grande della Rivoluzione: Napoleone Bonaparte; di quel Napoleone che diceva di essere inviato dal cielo ma… “come il fulmine”, secondo la rettifica di Joseph de Maistre.
Ebbe, il conte savoiardo, l’avventura di vedere con la Restaurazione del 1815 il trionfo momentaneo delle sue idee, ma egli sentiva che quella, sarebbe stata, forse, l’ultima possibilità per l’Europa di arrestare la frana. E lo strumento controrivoluzionario fu la Santa Alleanza, promossa e patrocinata dall’ultimo grande europeo, come qualcuno lo ha chiamato, il principe Clemente di Metternich il quale, solo con pochi altri, come il de Maistre, riconobbe “tutti i punti essenziali dell’epoca: vide che le rivoluzioni non sono spontanee, non sono fenomeni di popolo ma fenomeni artificiali provocati da forze che nel corpo sano dei popoli e degli Stati hanno la stessa funzione dei bacteri nella produzione delle malattie; che il nazionalismo è solo una maschera della rivoluzione; che, poi, la rivoluzione è un fatto essenzialmente internazionale, i suoi singoli fenomeni essendo solo le apparizioni locali e parziali di una unica corrente sovvertitrice dalle dimensioni mondiali. Metternich riconobbe, inoltre, chiarissimamente la concatenazione dei vari gradi della rivoluzione: il liberalismo e il costituzionalismo preparano fatalmente la democrazia, questa prepara il socialismo ed infine il comunismo”.
Ma era solo! E Joseph de Maistre se ne accorse. La sensazione, se non si vuol parlare di preveggenza, del conte, che l’Europa, ormai, non avrebbe mai più ritrovato se stessa doveva risultare esatta. Egli aveva visto che non vi erano uomini all’altezza del compito, che mancava un’idea-forza che avesse potuto catalizzare tutti i controrivoluzionari; che anche in sede di religione mancava quella unità che sarebbe stata necessaria per un disegno di cosi vasta portata.
Forse avrebbe voluto che fosse stato lo spirito del Medio Evo ad informare l’azione e la condotta degli uomini europei; che fosse rinato lo spirito delle Crociate con un Ordine di uomini che avessero dedicato la vita ad una idea ed a una battaglia; forse avrebbe voluto che un attacco fosse sferrato contro le idee illuministiche e razionalistiche, che alimentavano focolai in tutte le nazioni, un attacco sul piano della visione della vita e del mondo e non ci fosse limitati, viceversa, solamente ad un fatto di “reazione”. Ma tutto ciò non fu e perciò de Maistre morendo aveva esclamato: “Muoio con l’Europa”.
* ex senatore di An
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