Una vita in versi
D’Annunzio, la poesia e un inedito lato pop: Giordano Bruno Guerri racconta «l’immensa gioia di vivere» del Vate
Con la raccolta "Dolci le mie parole" Guerri ci ricorda che D’Annunzio è molto più presente nella cultura popolare di quanto, normalmente, si possa avvertire
Oltre le imprese, oltre l’estetica e, persino, oltre il piacere. Cosa resta del poeta se non le sue poesie? Sembra un’ovvietà, ma che tuttavia, di volta in volta, merita di essere scartavetrata dalle tante incrostazioni polemiche e letture distorte. Soprattutto se si parla di Gabriele D’Annunzio. Figura troppo grande, talvolta ingombrante, per essere catalogata entro un unico manuale di studio. Storia, letteratura, eccetera. Un privilegio riservato a pochi.
Le poesie di D’Annunzio scelte da Guerri
Al di là della didattica, insomma, l’inchiostro resta su carta e quanto è scritto è ancora lì a ricordarci la «freschezza» dei suoi stessi versi – per citarlo in filigrana. Le antologie servono a riscuotere un debito, per forza di cose, inestinguibile con un classico. Ci ha pensato Giordano Bruno Guerri a selezionare e introdurre le più belle poesie del Vate, per Crocetti Editori, con la raccolta dal titolo Dolci le mie parole.
Non è un caso se a curare un’operazione apparentemente agile è lo storico che più di altri ha esplorato parole e fatti di uno dei campioni del primissimo Novecento italiano. E non solo. Guerri, al contempo, tiene in custodia la sua eredità materiale, presiedendo la fondazione Vittoriale degli italiani, che ha sede in quella che fu l’ultima e dorata dimora di D’Annunzio, sul lago di Garda. Insomma, chi meglio di lui avrebbe dovuto farlo.
Una vita in versi
Le neanche 130 pagine si chiudono con i versi del 31 ottobre del 1935 – a sessant’anni da Primo Vere – che sembrano apparecchiare la propria morte, che arriverà l’1 marzo del 1938: «Ogni uomo nella culla | succia e sbava il suo dito | ogni uomo seppellito | è il cane del suo nulla». Il ritmo sembra non avere nulla a che fare con La canzone del Quarnaro, ma anche tra gli «Alalà», è la morte a far capolino, certamente da un’altra prospettiva, meno arida e sconsolata.
Il criterio editoriale adottato è quello di ordinare cronologicamente la vicenda poetica di D’Annunzio, a partire dai componimenti elaborati all’età di 16 anni. Il cuore del libro risiede – manco a dirlo – nei versi composti fra Ottocento e Novecento. È il periodo delle Laudi, poema che racchiude i versi composti durante l’estate trascorsa con Eleonora Duse (Ermione) in Versilia. Una stagione particolarmente prolifica, in cui prende vita La pioggia nel pineto (1902).
Da Modugno a Carmen Consoli: il lato pop di D’Annunzio
Ed è proprio su questi versi che Guerri ci rammenta come D’Annunzio sia assai più presente nella cultura popolare di quanto, normalmente, si possa avvertire. Eccolo: «Nel 1958 Domenico Modugno – dopo il successo mondiale con Nel blu, dipinto di blu – fece una tournée in America. Alla stazione ferroviaria di Pittsburgh, la città in cui morì la Duse, vide due fidanzati che si scambiavano un abbraccio d’addio sotto la pioggia. La scena gli ispirò alcuni versi e cominciò a scrivere una nuova canzone, Piove (Ciao ciao bambina), che divenne un altro trionfo planetario: «Vorrei trovare parole nuove / ma piove, piove sul nostro amor». Si era appena concluso l’anno in cui il mondo aveva celebrato il centenario della nascita della Duse, e la “favola bella” di Ermione e Gabriele – “Come una fiaba, l’amore passa / c’era una volta poi non c’è più” – era tornata nelle parole del maggiore cantautore italiano dell’epoca».
«L’immensa gioia di vivere» del Vate
Rimanendo nel campo del pop, può apparire superfluo ricordare che nel citare Modugno, la cantautrice Carmen Consoli non fa altro che citare D’Annunzio, forse a sua insaputa. Del resto, come ricorda Guerri dando titolo all’introduzione, la persistenza del Vate nella cultura italiana si spiega con la consapevolezza di aver saputo cantare a tutto tondo – e oltre ogni conformismo – «l’immensa gioia di vivere». Una dote che la storia ha concesso a un numero ridottissimo di maestri.