La musica che cambia
Da Ernia a Kid Yugi: la ribellione al woke si afferma anche nel rap e le canta alla sinistra
La sinistra per anni ha trovato terreno fertile nelle sottoculture, con la pretesa di parlare “in nome” delle periferie, dei giovani, degli esclusi. Ma lo ha fatto con il lessico delle élite urbane e ora questo cortocircuito inizia a esplodere
Nel mondo della cultura e dell’arte, lo sappiamo, la sinistra se la canta e se la suona da sessant’anni; si sa anche, però, che prima o poi la musica cambia. Persistono casi come quello di Yungpaninaru, che nelle sue barre canta queer e comunismo e se la prende con la destra, non risparmiando anche toni violenti. Ma se fino a pochi anni fa i bersagli politici dei musicisti rap e trap erano prevalentemente esponenti della destra e del centrodestra, oggi qualcosa si sta spostando. Non perché si sia venuta a creare una nuova alleanza ideologica, né perché rap e trap si siano improvvisamente fatte scuola di un pensiero vero e proprio: i loro leitmotiv restano quelli di sempre, tra strada, eccesso e sopravvivenza. Ma perché anche dentro quelle subculture dove la sinistra ha storicamente trovato terreno fertile, qualcosa si è incrinato.
La ribellione contro il linguaggio “corretto”
Quella che si potrebbe definire la svolta “anti-woke” del rap italiano non è una bandiera politica, né un manifesto: è una ribellione di stile, prima ancora che di contenuto. È il rifiuto – anche in ambito musicale – di un linguaggio percepito come calato dall’alto, di una presunta estetica della correttezza che tende a limare gli spigoli, a ripulire le parole, a trasformare ogni espressione in qualcosa di presentabile e “incapace di offendere”. Il rap, per sua natura, è invece sempre stato esattamente l’opposto: nasce sporco, diretto, conflittuale.
Le prime crepe nel sistema
In questo senso, Emis Killa è stato tra i primi in Italia a esporsi senza troppi giri di parole. Già qualche anno fa, nel 2021, aveva apertamente attaccato con un post social il politicamente corretto, denunciando una cultura dell’offesa permanente in cui ogni parola può diventare motivo di indignazione.
Da Ernia a Emis Killa
Scavando ancora più indietro nel tempo, un segnale – più sottile ma non meno significativo – arrivava già nel 2017 da Ernia con Bella. In un brano che racconta tutt’altro, emerge una stoccata quasi laterale ma rivelatrice: il rapper è infastidito dalle «stronzate di sinistra» propinate dalla ragazza al centro del testo. Emerge così, quindi, in un pezzo – tra l’hip hop e il rap – di quasi 10 anni fa, il fastidio verso un certo linguaggio moraleggiante percepito come automatico, ideologico, ripetuto senza contatto con la realtà.
Non era stata, ovviamente, una presa di posizione politica strutturata, ma era già il sintomo di una frattura culturale che iniziava a emergere anche nei dettagli e che aveva ormai già allontanato la sinistra progressista dalle vere battaglie della periferia e, di conseguenza, dalle sue forme d’arte.
La nuova wave: rifiuto senza filtri
Oggi quella frattura è diventata più esplicita, e le generazioni di musicisti emergenti si fanno ancor meno problemi a dire le cose senza risparmiarsi. La nuova wave non ha nessuna voglia di farsi educare, né di educare. Kid Yugi, tra i nomi più forti del momento, lo sintetizza in modo brutale in una barra scritta per Olé, brano pubblicato pochi mesi fa da Geolier, dove afferma testualmente di «p***re sul pensiero woke». Non certo un trattato politico, ma un “gesto” diretto che racconta, meglio di tante analisi, la distanza percepita tra certo progressismo e il mondo reale dei più giovani.
Accanto a lui, artisti della stessa ondata – Nerissima Serpe, Papa V e tanti altri – incarnano lo stesso rifiuto, in modo meno esplicito ma altrettanto netto: nei loro testi non c’è spazio per mediazioni o pedagogia, la realtà viene restituita in modo freddo, diretto, spesso brutale, senza alcuna preoccupazione di risultare “accettabile”. Segno, di nuovo, del rifiuto di sentirsi incasellati dentro categorie morali percepite come estranee e imposte, ed è – ancora una volta – linguaggio prima che ideologia.
Il cortocircuito culturale
A questo punto, anche senza volerlo, il discorso diventa politico. Per anni una certa sinistra progressista ha pensato di parlare “in nome” delle periferie, dei giovani, degli esclusi; ma spesso lo ha fatto con il lessico delle élite urbane, con una sensibilità più attenta alla rispettabilità simbolica che alla realtà concreta di chi vive precarietà, rabbia, desiderio di riscatto e conflitto quotidiano.
La differenza tra la lingua delle periferie e quella della sinistra
Certi generi musicali, invece, continuano a parlare con la lingua dell’urgenza: non chiedono permesso, non cercano l’approvazione dei salotti, non si inginocchiano davanti al conformismo morale. E proprio per questo intercettano un disagio reale, soprattutto tra i più giovani, che percepiscono il discorso progressista come sempre più astratto, finto-pedagogico, lontano dalle strade e dalle periferie.
Il risultato è un cortocircuito evidente: da una parte un discorso pubblico che chiede responsabilità, attenzione, correttezza; dall’altra una produzione culturale che rivendica il diritto di essere eccessiva, scorretta, perfino sgradevole.
Senza proclami, senza programmi, il messaggio è abbastanza chiaro: alcuni generi musicali non vogliono essere addomesticati. Non vogliono diventare uno strumento educativo. Vogliono restare quello che sono sempre stati: un linguaggio vivo. E, quando serve, anche fastidioso.
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