Dalla parte del cantautore
Buonanotte fiorellino, buonanotte libertà: De Gregori nel mirino per aver pensato da uomo libero
C’è un nuovo reato non scritto che sembra prendere piede nel mondo dello spettacolo e dell’informazione radical chic: non schierarsi. Non aderire alla causa del momento. Non ripetere gli slogan che il circuito mediatico-culturale considera obbligatori. È il reato che, nelle ultime settimane, è stato contestato anche a Francesco De Gregori.
Il cantautore romano, una delle figure più importanti della musica italiana, ha commesso una colpa apparentemente imperdonabile: ha rivendicato il diritto di non trasformarsi nell’ennesimo commentatore politico chiamato a pronunciarsi su ogni crisi internazionale, su ogni guerra, su ogni tema divisivo dell’attualità.
Una posizione che in una società realmente pluralista dovrebbe essere considerata legittima e perfino rispettabile. E invece no. Per una parte del mondo culturale e dello spettacolo il silenzio è diventato sospetto, il dubbio una colpa, la prudenza una forma di complicità.
L’obbligo morale di pensarla tutti allo stesso modo (a sinistra)
Le critiche rivolte a De Gregori raccontano molto del clima culturale che stiamo vivendo. Non è tanto il dissenso a colpire, quanto la pretesa che esista una sola posizione moralmente accettabile.
Elisa, Tiziano Ferro e altri artisti hanno scelto di fare della militanza pubblica una componente della propria immagine. È una scelta legittima. Meno legittima appare invece la convinzione che chi non segue la stessa strada debba essere guardato con sospetto o sottoposto a una sorta di processo morale.
Negli ultimi anni si è affermata una concezione singolare dell’impegno civile: non basta avere delle idee, bisogna esibirle. Ovviamente in una sola direzione. È il conformismo del XXI secolo. Non quello imposto dai regimi, ma quello esercitato dai salotti culturali, dai social network e dagli influencer del momento. Si pretendono adesioni pubbliche e fedeltà ideologiche.
Una vecchia storia che la destra conosce bene
La vicenda di Francesco De Gregori presenta anche un curioso elemento di continuità con il passato. Molti di coloro che oggi lo accusano di non esporsi abbastanza sono gli stessi ambienti che per anni hanno guardato con sospetto il cantautore quando osò affrontare temi storicamente considerati tabù.
A destra molti ricordano ancora Il cuoco di Salò, brano che raccontava una vicenda umana ambientata dopo l’8 settembre e che venne liquidato da una parte della sinistra militante come un esercizio di revisionismo. Anche allora il problema non era ciò che De Gregori aveva scritto, ma il fatto stesso che avesse osato uscire dai confini della narrazione considerata accettabile.
È un film già visto: cambiano gli interpreti, non il copione.
De Gregori fuori dal coro rosso
Il punto, in fondo, è molto semplice. La libertà di espressione comprende anche la libertà di non esprimersi. La libertà di coscienza comprende anche il diritto di non aderire alle campagne mediatiche del momento. De Gregori non ha chiesto a nessuno di condividere le sue idee. Ha semplicemente rivendicato il diritto di non trasformare ogni palco in un comizio e ogni intervista in una dichiarazione politica.
Per questo, il caso De Gregori va oltre la vicenda personale di un artista. Riguarda tutti coloro che credono ancora che la libertà non consista nell’uniformarsi, ma nel poter scegliere. Anche quando la scelta è quella di non unirsi al solito coretto rosso.