La "mitopenia"
Bellezza, fede, identità: il bisogno del mito per restituire senso all’agire
Occorre il mito, perché ogni altra esposizione di concetti potrebbe anche essere ragionevolmente convincente, ma è libresca e vuota di passioni, sensazioni, intensità: può forse toccare il cervello, non certo la coscienza; e può far parlare dei valori, non praticarli
Mitopenia, che non trovate in nessun vocabolario, è dunque una parola che invento io per quanto segue; come cardiochirurgia, la solita parola artificialmente creata con parole greche: eccola, da πενία, mancanza, di μῦθος. Ma cos’è il mito? Il mito è, insegna il Vico, una parola-corpo, una narrazione viva in cui emozionarsi e identificarsi per trovare valori degni di essere guida della vita e fornire una visione del mondo.
La necessità del mito
Occorre il mito, perché ogni altra esposizione di concetti potrebbe anche essere ragionevolmente convincente, ma è libresca e vuota di passioni e di sensazioni e d’intensità; perciò può forse toccare il cervello, non certo la coscienza; e può far parlare dei valori, non praticarli.
La contrapposizione tra visione mitica e visione materialistica
Potrei addurre esempi a iosa, e ne scelgo due: il mito della nobile, epica e tragica Kultur germanica contro la borghese e piatta Zivilitation francese, che portò alla rivolta nazionale e alla sconfitta di Napoleone a Lipsia nel 1813; e l’interventismo italiano del 1914-5, con quel che è ben noto seguì in guerra e nel dopoguerra: il volontarismo, l’arditismo, Fiume, il fascismo… tutti avvenimenti in cui fu presente, spesso determinante la componente del mito non solo irrazionale, ma arazionale e sovrarazionale, e mosso da possenti e travolgenti sentimenti e passioni. Ognuno aggiunga altri esempi, se vuole: il Sessantotto lo aggiungo io. È dunque evidente l’inconciliabilità di una visione mitica della vita e del mondo, con qualsiasi altra che, per capirci, chiamiamo materialistica.
La perdita del trascendente
Nel 2026, però, di sentimenti e passioni e miti non se ne lasciano vedere da nessuna parte. E sono costretto a cominciare, con il dovuto rispetto, da quella che dovrebbe essere il mito per eccellenza, il mito intrinseco: la religione. Non me ne voglia nessuno, però trovo rara la metafisica, e sovrabbondante la sociologia, e questa anche abbastanza generica. Per metafisica intendo quello che comunemente s’intende in filosofia, e di conseguenza in teologia: ciò che non è materia e umanità, ma la trascende, ed è perciò Dio, l’Anima individuale e responsabile, l’Aldilà, la morale, i Comandamenti e il peccato, che ne è la violazione.
Veniamo ai movimenti politici, i quali appaiono, nel caso migliore, dei comitati di gestione di qualcosa di occasionale, senza alcuna visione della vita e del mondo, e nessun ideale, idea, e, a ben vedere, manco ideologia. Votare per X o per Y è spesso una scelta estemporanea; o, come attestano i numeri, una non-scelta. Dove sono finiti i tempi delle sezioni, dei comizi, delle manifestazioni, delle discussioni accese? Una volta i partiti, almeno alcuni, quelli di massa, erano un mito, una militanza, un impegno morale.
Anche il mito sportivo del calcio pare faccia meno presa di un tempo (anche perché non se lo merita!), a vantaggio di altre specialità meno coinvolgenti le masse. Quanto dire!
Le architetture sacra e istituzionale specchio della “mitopenia”
Se dunque viviamo in un lungo momento di mitopenia, ecco che non può esserci una letteratura, e meno che meno una poesia del mito, o un cinema del mito. Oso tornare a parlare di Fede, ricordando la raffinata bruttezza di certe, di troppe chiese, i cui architetti si sforzano, e ci riescono, a far apparire una chiesa come un edificio qualsiasi, una sala conferenze, un condominio popolare con appena una Croce sopra. E chiese bianche e vuote come ospedali: anche se la pietà popolare spesso restituisce ai muri l’impronta cattolica, e di anno in anno compare, quasi di soppiatto, una statua, un quadro…Vale anche per municipi e scuole e altri luoghi pubblici, e per le piazze, cui un’urbanistica da due soldi un mazzo ha tolto ogni solennità e sontuosità e imponenza, per non dire sacralità.
L’appiattimento che cancella le identità
E qui dobbiamo ricordare che, per i Greci, kalòs sigificava sia bello sia buono; mentre una città di scatolami, un edificio anonimo, una piazza piatta, una scuola prefabbricata, una casa disadorna non sono solo cose brutte, sono un incentivo a vivere male e malvolentieri. Ed ecco il dilagare della follia, dei suicidi, delle depressioni spacciate per filosofia, della ludopatia paranoica, delle violenze di maschi sbagliati, dei ragazzini senza famiglia e senza punti di riferimento, senza identità, e cui viene detto che se uno ha identità poi diventa identitario, quindi maschilista, femminista e qualsiasi altra cosa non sia scendere in basso, al minimo comun denominatore zero.
E che si fa per combattere o ridurre la mitopenia, o per sostituirla con altra più degna cultura? Attualmente, niente da parte di nessuno. La letteratura di successo è narrazione di piccolissime vicende piccolissimo borghesi; la poesia è piagnisteo in prosa andando arbitrariamente ogni tanto a capo; il cinema manda in giro film molto finanziati e pochissimo visti, comunque lamentosi. La storia non si studia, se no è nozionismo; i poemi epici sono demonizzati, e Omero è “maschilismo tossico”; e figuratevi Dante, che del resto ci viene spiegato essere meglio se lo riduciamo. Ebbene sì, è stato detto davvero.
Il senso di una politica “eroica”
Ma la poesia non è la banale realtà, ne è la sublimazione, per cui una comune nobilotta fiorentina siede accanto a Dio, e una sconosciuta ragazzina diventa Silvia-mito. Con tutto il rispetto per tutti di tutte le condizioni, la poesia di livello è sempre stata ispirata a persone e situazioni originali, uniche, straordinarie, e, se posso usare una parola senza venir frainteso, eroiche. L’eroe greco (ἥρως) non è un pacioso benefattore, è uno “immane”, o per gesta o per passioni o per glorie o per sventure, o per tutte e altre queste cose assieme e contraddittorie; e ha un dio dentro di sé, donde l’entusiasmo. E anche di questo stato d’animo c’è scarsezza a qualsiasi proposito. Gli eroi sono ingombranti, ma fanno la storia; e di loro è fatta ogni manifestazione culturale. Corollario, senza gli eroi non si fa politica, ma solo amministrazione: e anche su questo trovo spesso da ridire.
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