Questione di priorità
Agenda Lgbt, patrimoniale, costose mancette: Pd, Avs e M5s hanno già pronto il programma di governo
I "progressisti" propongono un inquietante ritorno al passato, che comprende anche l'instabilità: ognuno porta avanti il suo cavallo di battaglia, mentre gli altri svicolano o si dicono apertamente contrari
Agenda Lgbtq, patrimoniale, sussidi a pioggia. In attesa di definirsi come coalizione e dotarsi di un programma ufficiale comune, i partiti del campo largo stanno già ampiamente indicando quali sono le loro priorità. Tematiche prettamente “progressiste” che, qualora Pd, M5S, Avs e gli altri dovessero per qualche accidente tornare al governo, segnerebbero però un netto ritorno a un passato che l’Italia si è felicemente lasciata alle spalle in questi anni. Compreso quello dell’instabilità, frutto avvelenato di presunte coalizioni che in realtà sono meri cartelli elettorali.
L’agenda Lgbtq unisce il campo largo
Complice l’evento “Verso il 17 maggio: dati, urgenze e prospettive politiche sui temi Lgbtqia+”, che si è svolto ieri a Roma, i partiti di sinistra hanno fatto professione comune di impegno per l’agenda Lgbtq. «Questo è un impegno che abbiamo preso oggi tutti insieme, tutta la coalizione del campo progressista», ha detto Elisabetta Piccolotti di Avs. E, in effetti, tutti si sono detti d’accordo. Fra le proposte emerse, l’inserimento dell’ora di diversità a scuola, i matrimoni egualitari, la legge contro l’omotransfobia, le adozioni gay, l’abolizione della legge Varchi contro l’utero in affitto e avanti con tutto il repertorio. Anche Maria Elena Boschi, per Italia Viva, ha avvertito che «adesso serve una nuova stagione».
I cattolici Pd sempre più all’angolo
E mentre Elly Schlein faceva mea culpa perché «il Pd è consapevole del fatto che c’è tanto da farsi perdonare dalla comunità: è frustrante chiedere da 20 anni le stesse cose», Riccardo Magi di +Europa si è spinto a dire che «noi pensiamo che nei primi Consigli dei ministri del governo progressista, che ci sarà nella prossima legislatura, si debbano prendere provvedimenti» su tutte quelle proposte lì. Questione di priorità, appunto. Resta solo da capire come la prenderà l’ala cattolica dem, ammesso che da qui alle elezioni trovi ancora diritto di rappresentanza – o, per lo meno, di tribuna – nel partito.
Le ipocrisie dem e M5S sulla patrimoniale di Fratoianni
Un po’ meno monolitica, nel senso che non spacca solo il Pd ma anche la coalizione, la questione patrimoniale tanto cara ad Avs. Non che i dem abbiano smesso di essere solleticati dall’idea, ma sembra che pure da quelle parti abbiano capito che l’argomento è un tantino scivoloso. Così dopo che qualche giorno fa Nicola Fratoianni ha rilanciato con un’intervista al Manifesto, da Pd e M5S si sono affrettati a frenare, arrampicandosi un po’ sugli specchi. Perché la patrimoniale suscita sempre un fascino irresistibile a sinistra, ma qua la partita si gioca – è la loro convinzione – su un pugno di voti, e vale la pena impiccarsi a una proposta così indigesta? Ecco dunque il coniglio dal cilindro: patrimoniale sì, ma purché la faccia l’Europa. Insomma, la vogliono ma non vogliono assumersene la responsabilità di fronte agli elettori. E, in questo senso, viva la faccia di Fratoianni, che almeno non si nasconde.
Schlein svicola, Renzi dice no
«Sulle questioni fiscali discuteremo con le altre forze di opposizione, come abbiamo fatto proponendo diverse misure, a partire da quelle che sostengono i giovani che vogliono restare in Italia», ha dribblato ieri Schlein, rispondendo ai cronisti che le chiedevano della questione. Più coraggioso Matteo Renzi, che almeno ha avuto cuore di dire agli altri partiti un no netto: «Sono contrario alla patrimoniale, ma per un fatto economico. A parole funziona tutto. Ma tassare gli ultraricchi come sta facendo Mamdani funziona se poi questi non se ne vanno». Comunque, non c’è bisogno di arrivare a New York per rendersene conto: a Londra sta capitando lo stesso e per lo stesso motivo. «Anziché dire “anche i ricchi piangono”, la parola d’ordine deve essere “anche i poveri sorridono”», ha aggiunto Renzi, ospite di Otto e mezzo.
Il M5S recidivo sul reddito di cittadinanza
Ma anche su questo piano, come direbbe lo stesso leader di Italia Viva, la faccenda funziona benissimo a parole. Poi però bisogna vedere come viene declinata nella realtà. Perché se la si declina alla maniera del M5S magari c’è qualche povero che ride un po’ per un po’, ma poi a piangere sono tutti, e proprio i poveri più degli altri. Il reddito di cittadinanza, secondo i dati elaborati dal ministero del Lavoro, è costato qualcosa più 34 miliardi. Praticamente come una finanziaria, solo che quei soldi sono stati a fondo perduto, senza alcun ritorno in termini di crescita reale per il Paese e di miglioramento a lungo termine delle condizioni dei beneficiari, mentre una finanziaria impostata sul lavoro e sulla produttività genera ricchezza per tutti.
La voragine del superbonus
Il M5s, però, non desiste e non serve neanche che si arrivi al programma per le politiche o che i sostenitori pentastellati rispondano alla fatidica domanda posta a Nova 2026: «Cosa deve fare il governo della coalizione progressista nei prossimi cinque anni per cambiare concretamente la vita delle italiane e degli italiani?». Per constatare che il reddito di cittadinanza è destinato a rimanere un cavallo di battaglia basta guardare alle Regioni in cui i cinquestelle sono al governo – ultima la Campania – che con buona pace anche dei conti in rosso lo hanno resuscitato a livello locale dopo l’abolizione a livello nazionale da parte del governo Meloni. Poi ci sarebbe la questione Superbonus, ma dopo l’ultimo conto sulla voragine da 174 miliardi (aggiornato pochi giorni fa sulla base dei dati di ministero dell’Economia, Istat, Enea e Agenzia delle Entrate) sembra che Giuseppi almeno su questo abbia deciso di battere in ritirata.
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